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Come ha fatto il mondo a dimezzare la povertà estrema

di Priscilla Rucco -


Mentre le notizie si susseguono incessantemente tra crisi, conflitti e disastri, una delle più straordinarie trasformazioni della storia umana si sta compiendo quasi nell’ombra. Negli ultimi trent’anni, il mondo ha assistito allo svilupparsi sempre più rapidamente del triste fenomeno della povertà estrema, un evento che ha cambiato radicalmente la vita di miliardi di persone. Eppure, questa storia di successo rimane sorprendentemente poco conosciuta.

Nel 1990, oltre un terzo della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema, sopravvivendo con meno di 2,15 dollari al giorno (calcolati secondo la parità di potere d’acquisto del 2017). Erano circa 1,9 miliardi di persone costrette a scelte impossibili: mangiare o curare un figlio malato, mandare i bambini a scuola o farli lavorare nei campi. Oggi, secondo i dati della Banca Mondiale, questa percentuale è scesa drasticamente, toccando circa il 9% prima della pandemia e risalendo temporaneamente durante la crisi del Covid-19.

I dati che raccontano una metamorfosi globale

I dati più recenti della Banca Mondiale, indicano che circa 700 milioni di persone vivono ancora in povertà estrema, una cifra che rappresenta circa l’8-9% della popolazione mondiale. Si tratta di un calo monumentale rispetto ai 2 miliardi del 1990, quando la percentuale superava il 36%. In termini assoluti, significa che oltre un miliardo di persone sono uscite dalla trappola della miseria, nonostante la popolazione mondiale sia cresciuta da 5,3 a oltre 8 miliardi.

Questo progresso non è stato uniforme. L’Asia orientale, e in particolare la Cina, ha guidato principalmente questa trasformazione epocale. Nel 1990, circa 750 milioni di cinesi vivevano in condizione di povertà estrema. Oggi, secondo le stime ufficiali, questa cifra è scesa a poche decine di milioni. L’India ha seguito un percorso simile, anche se più lento, riducendo il tasso di povertà estrema dal 45% degli anni ’90 a circa il 10% attuale.

Il continente della sfida incompiuta

Se l’Asia rappresenta la storia di un successo straordinario, l’Africa subsahariana incarna una sfida ancora aperta. Qui, il numero assoluto di persone in povertà estrema è aumentato, passando da circa 280 milioni nel 1990 a oltre 450 milioni oggi. Questo accade nonostante i progressi economici registrati in molti paesi africani, semplicemente perché la crescita demografica ha superato di gran lunga quella economica.

Paesi come Nigeria, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia concentrano oggi circa il 40% dei poveri estremi del mondo. In Nigeria – la nazione più popolosa dell’Africa – oltre 90 milioni di persone vivono con meno di 2,15 dollari al giorno. La combinazione di conflitti, instabilità politica, cambiamento climatico e governance inadeguata ha creato delle vere e proprie “trappole di povertà” particolarmente difficili da distruggere.

Il cambiamento

La crescita economica sostenuta è stata il motore principale: paesi che sono cresciuti in media del 5-7% annuo per decenni hanno letteralmente trasformato le proprie società. Ma la crescita da sola non basta.

Gli investimenti nell’educazione hanno creato capitale umano. La Corea del Sud, che negli anni ‘50 era più povera del Ghana, ha puntato tutto sull’istruzione, creando una delle economie più avanzate e potenti al mondo. Il Bangladesh ha aumentato il tasso di alfabetizzazione femminile dal 25% al 73% in trent’anni, un cambiamento che ha avuto effetti moltiplicatori su salute, fertilità e reddito familiare.

Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 1 delle Nazioni Unite mira a eliminare completamente la povertà estrema entro il 2030. Prima della pandemia, questo obiettivo sembrava ambizioso ma raggiungibile. Oggi appare quasi impossibile. Le proiezioni più ottimistiche indicano che circa 600 milioni di persone vivranno ancora in povertà estrema nel 2030, la stragrande maggioranza concentrate nell’Africa subsahariana e in stati fragili o colpiti da conflitti. Raggiungere questi ultimi rimane la sfida più difficile, ma settecento milioni di persone aspettano ancora la loro possibilità di vivere con dignità. Non possiamo fermarci proprio adesso.


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