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Boldi colpevole: reato di risata non autorizzata

di Alberto Filippi -


Quando il politicamente corretto spegne la fiaccola e accende la censura

Prima invitato, poi cancellato. Prima degno di portare la fiaccola, poi improvvisamente indegno. È bastata una battuta – una battuta, non un comizio, non un manifesto politico – per far scattare la ghigliottina del perbenismo olimpico. Il colpevole? Massimo Boldi, uno che da quarant’anni fa il comico e che comico è, con una cifra chiara, riconoscibile, popolare. Il contesto? I Giochi olimpici di Milano Cortina 2026. Il reato? Una frase sguaiata, sì. Ma dichiaratamente ironica. Di mestiere.

La reazione del comitato è stata degna della celebre sentenza di Fantozzi sulla Corazzata Potëmkin: una cagata pazzesca. Perché qui non si discute il gusto personale (ognuno ha il suo), ma l’intelligenza del contesto. Se inviti Boldi, inviti quel Boldi: quello di Drive In, quello dei film dei Vanzina, quello che gioca sul doppio senso come altri giocano sul virtuosismo. Far finta di scoprirlo dopo è ipocrisia travestita da tutela dei valori.

La domanda, allora, è semplice e pungente: se la stessa frase l’avesse detta un rapper “impegnato”, un personaggio protetto dall’alibi identitario, un artista intoccabile per definizione, sarebbe scoppiato lo scandalo? O avremmo letto dotte spiegazioni su “contesto”, “linguaggi”, “libertà espressiva”? E se quelle stesse parole fossero state espresse da un gay, probabilmente provenienti dai banchi della politica di sinistra italiana, magari persino pronunciate con serietà, non si sarebbero forse alzati polveroni a difesa della frase come affermazione di un diritto, come espressione da tutelare, come parola sacralizzata? Qui invece siamo palesemente di fronte a una battuta, evidente, dichiarata, riconoscibile anche da chi non ha mai visto un film di Boldi: e proprio per questo, paradossalmente, punita.

Qui non è cambiato il metro etico, è cambiato il bersaglio. Non si giudica ciò che si dice, ma chi lo dice. E allora si passa dalla celebrazione alla cancellazione in un lampo, come se la comicità fosse ammessa solo a targhe alterne, purché allineata, sterilizzata, preventivamente approvata.

Morale: non è cambiato Boldi; è cambiata la schiena di chi prima lo applaude e poi lo scarica per salvare la faccia. E allora sì, lo dico io, in prima persona, con l’ironia che spaventa i censori: se non lo si può dire, lo dico io. “Viva la fi*a!”


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