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Giustizia

Rogoredo e il limite operativo della forza legittima

di Giuseppe Tiani -


Ci sono eventi che non possono essere consumati nella fretta del commento, perché richiedono responsabilità, lucidità e rispetto. L’episodio avvenuto a Milano-Rogoredo, uno sparo, una morte, un agente coinvolto, appartiene a questa categoria tragica. Non è materia per propaganda, né per tifoserie contrapposte. È materia per uno Stato di diritto che deve tenere insieme due doveri, la tutela della vita e la tutela di chi, per mandato pubblico, è chiamato a difenderla anche a rischio della propria.

Il punto di partenza resta indiscutibile, ogni vita umana ha un valore indisponibile. Ogni morte violenta è una ferita per la comunità, anche quando avviene dentro una dinamica di difesa. Proprio per questo la vicenda non può essere banalizzata né trasformata in arma politica. Ma accanto a questa verità ce n’è un’altra che non può essere rimossa con leggerezza, quel poliziotto non si è trovato davanti a un problema teorico, bensì davanti a un rischio immediato e concreto per la propria esistenza.

Buio, distanza ridotta, un’area segnata da condizioni criminogene, un soggetto che ignora l’alt e compie un gesto percepito come l’estrazione di un’arma da fuoco. In quell’istante, la valutazione non avviene con la calma del giorno dopo, ma nella frazione di secondo in cui un operatore deve decidere se sopravvivere e proteggere gli altri oltre che sé stesso. La cronaca ha chiarito che solo successivamente si è accertato trattarsi della replica di una pistola. Ma questo è il punto tragico e decisivo, nelle condizioni operative reali, quella minaccia appariva credibilmente letale. È su questo che una democrazia seria deve ragionare, perché l’errore percettivo non è un capriccio, è una possibilità drammatica insita nel lavoro di chi opera sotto stress estremo.

Tutto ciò non autorizza letture muscolari o culturali della forza, né trasforma automaticamente l’evento in un atto arbitrario. Al contrario, richiama il cuore della questione, gli agenti di polizia operano ogni giorno nel punto più delicato del monopolio legittimo della forza, dove la decisione è umana, fallibile, irreversibile. Il poliziotto non è un guerriero e non è un ingranaggio. È una persona a cui lo Stato affida la responsabilità più gravosa, intervenire dove altri fuggono, esporsi al rischio, decidere in pochi istanti, e poi portare per anni il peso di ciò che è accaduto. In situazioni simili non esistono vittorie, ma solo esiti drammatici che segnano tutti. È qui che si misura la differenza tra civiltà giuridica e brutalità.

La polizia italiana non è un corpo separato dalla democrazia, ma una funzione repubblicana che opera dentro limiti, regole, proporzione e controllo. L’uso della forza è incardinato nella responsabilità e sottoposto a verifica, perché lo Stato di diritto non sospende mai il giudizio quando è in gioco la vita. Per questo l’indagine prevista dalle norme non deve essere letta come sfiducia verso l’agente, ma come garanzia istituzionale. Tuttavia, proprio mentre si accerta la legittimità dei fatti, lo Stato ha un dovere altrettanto chiaro, non lasciare solo l’operatore coinvolto.

Tutela dell’agente significa supporto legale immediato, sostegno psicologico post-evento, formazione continua, strumenti adeguati che riducano il rischio di esiti irreversibili, e una cultura pubblica capace di comprendere la complessità operativa degli uomini e donne della Polizia di Stato e delle Forze di Polizia, senza criminalizzare chi agisce in buona fede nell’adempimento del dovere. Ogni uso della forza letale resta una tragedia, non una normalità. Ma quel limite non è mai cercato dagli operatori di polizia, è imposto dalle circostanze in cui lo Stato li ha delegati ad agire per la funzione che rivestono.

Per questo il dibattito pubblico deve uscire dalla logica degli opposti estremismi, non ci sono eroi da idolatrare né mostri da esibire, ma persone in divisa chiamate a decisioni che nessun cittadino vorrebbe dover prendere. Uno Stato civile sa che talvolta la forza può essere necessaria, ma sa anche che chi la esercita per mandato pubblico non può essere abbandonato al giudizio sommario o alla solitudine. Accertare, comprendere, tutelare, questa è la misura democratica della sicurezza pubblica italiana. E chi indossa una divisa che naturalmente espone a rischi continui, nel momento più difficile del dovere, deve sapere che non sarà lasciato solo.

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