La grazia Minetti e il doppio standard della sinistra
Una premessa doverosa: non intendiamo schierarci né a favore né contro la grazia concessa a Nicole Minetti. Non è questo il punto. Il punto è un altro, e riguarda qualcosa di più profondo: il metodo, o meglio il doppio standard, che la sinistra italiana — politica, mediatica e intellettuale — applica sistematicamente ogni volta che una decisione non le piace.
I fatti, prima di tutto.
Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia, era stata condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione nel cosiddetto Rubygate. L’11 aprile 2026 è uscita la notizia che le era stata concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Mattarella, basata su gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore che necessita di assistenza e cure particolari. La domanda di grazia aveva ricevuto parere favorevole sia dal procuratore generale della Corte d’Appello di Milano sia dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Fin qui, tutto nella norma costituzionale. L’articolo 87 della Carta assegna questo potere al Capo dello Stato, con parere del Guardasigilli. Procedura seguita. Istruttoria svolta. Eppure è subito montata la polemica, alimentata in primo luogo dal Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’istanza di grazia. Il Pd è passato all’attacco chiedendo le dimissioni del ministro Nordio, con la deputata Serracchiani che ha definito “di una gravità inaudita” quanto emerso.
Il risultato? Per la prima volta, il Quirinale si è trovato costretto a chiedere verifiche urgenti al ministero della Giustizia sulla fondatezza di quanto rappresentato nell’istanza.
È questo il dato politicamente significativo: un pressing orchestrato dall’opposizione e da una parte della stampa ha messo in imbarazzo il Presidente della Repubblica, costringendolo — fatto inedito — a un ripensamento formale su un atto già firmato.
Che le contestazioni abbiano o meno un fondamento lo stabiliranno gli inquirenti. Ma il meccanismo politico è evidente, ed è lo stesso che si ripete ogni volta: se la decisione non piace alla sinistra, si attacca finché non si ottiene il risultato desiderato.
È un modus operandi ormai collaudato. Se si perdono le elezioni, hanno sbagliato i cittadini a votare. Se qualcuno di centrodestra all’interno delle istituzioni viene indagato, deve dimettersi immediatamente; ma esponenti della sinistra, neanche eletti, vengono fatti eleggere proprio per sottrarli alla giustizia. Se il presidente di una regione di sinistra ammette di aver dialogato con la mafia, cala il silenzio. Se qualcuno intesta un aeroporto a Silvio Berlusconi, è uno scandalo — ma mezza Italia conta piazze e vie intitolate a campioni della sinistra, e nessuno batte ciglio.
Se le forze dell’ordine intervengono su manifestazioni di piazza a sinistra, sbagliano loro anche quando la piazza di sinistra è li a sfasciare e saccheggiare una città.
Torniamo alla Minetti. Qualcuno dovrebbe riflettere sulla natura stessa della condanna. Nicole Minetti ha presentato delle amiche al suo amico Silvio Berlusconi.
Non gestiva un’attività, non incassava denaro per questo. Eppure è stata condannata per favoreggiamento della prostituzione. Si può opinare quanto si vuole sul contesto morale di quelle serate, ma il salto logico-giuridico che trasforma un’introduzione mondana in un reato di sfruttamento resta tutto da dimostrare compiutamente al senso comune.
E qui viene il confronto che nessuno vuole fare. Lo scorso dicembre 2025, Mattarella ha concesso la grazia — stavolta parziale — ad Abdelkarim Alaa F. Hamad, condannato a trent’anni di reclusione per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione.
Nella stiva dell’imbarcazione che lui avrebbe contribuito a guidare, nel Ferragosto del 2015, i soccorritori trovarono 49 persone morte per asfissia. Ma nessuna mobilitazione politica, nessun pressing parlamentare, nessun articolo in prima pagina a chiedere verifiche urgenti al Quirinale.
Il confronto non è tra le persone — è tra le reazioni. Perché su quella grazia la sinistra non ha mosso un dito. Anzi, in molti l’hanno persino applaudita.
La misura è colma. Non è questione di grazia sì o grazia no. È questione di coerenza, di rispetto per le istituzioni e per le decisioni che da esse provengono — tutte, non solo quelle gradite. Finché la sinistra continuerà ad applicare il principio “a chi è dei nostri tutto è permesso, agli altri niente”, non si potrà parlare di cultura democratica. Si potrà solo parlare di potere.
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