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Giustizia

Separazione delle carriere, perché Saviano sbaglia: il Sì non indebolisce la lotta alle mafie

Il Sì alla separazione delle carriere non favorisce le mafie: analisi giuridica che smonta le tesi di Saviano e difende Stato di diritto e terzietà.

di Anna Tortora -


L’equivoco di fondo: antimafia e separazione delle carriere

Sostenere che il “Sì” al referendum sulla separazione delle carriere indebolisca la lotta alle mafie significa costruire un nesso che, sul piano giuridico, non esiste. L’argomentazione proposta da Roberto Saviano, pur animata da una comprensibile sensibilità civile, confonde strumenti, funzioni e garanzie costituzionali, trasformando una riforma di ordinamento giudiziario in una questione di fedeltà morale all’antimafia.
Il referendum non tocca alcuno degli strumenti con cui lo Stato combatte le organizzazioni criminali. Non incide sull’obbligatorietà dell’azione penale, non riduce i poteri investigativi del pubblico ministero, non modifica il regime delle intercettazioni, delle misure cautelari, delle confische patrimoniali né l’assetto delle Direzioni distrettuali e nazionale antimafia. Attribuire alla separazione delle carriere un indebolimento dell’azione antimafia significa, dunque, ascriverle effetti che non produce.
Qui non siamo davanti a una diversa opinione politica, ma a una forzatura giuridica: si imputa a una riforma ciò che essa, testualmente e sistematicamente, non contiene.

Autonomia della magistratura e terzietà del giudice

L’equivoco centrale della tesi di Saviano sta nell’identificare l’autonomia della magistratura con l’unità delle carriere. Ma l’autonomia non deriva dalla commistione tra funzioni requirenti e giudicanti: deriva dall’indipendenza dal potere politico e dalla soggezione alla legge.
Un pubblico ministero resta pienamente autonomo anche in un sistema in cui:
non condivide carriera e progressioni con il giudice;
non è valutato dagli stessi organi;
non appartiene allo stesso circuito funzionale di chi decide sulle sue richieste.
Non a caso, nelle principali democrazie europee: Francia, Germania, Spagna, le carriere sono separate e nessuno ha mai sostenuto che ciò abbia favorito la criminalità organizzata. Al contrario, la distinzione netta tra chi accusa e chi giudica rafforza la terzietà del giudice, che è una garanzia essenziale anche, e soprattutto, nei processi di mafia.
Sentenze percepite come imparziali sono più robuste, meno esposte a censure e annullamenti, e quindi più efficaci nel colpire stabilmente le organizzazioni criminali. Una giustizia che regge nel tempo è un’arma molto più potente di una giustizia sbilanciata, emotivamente persuasiva ma giuridicamente fragile.

Il falso allarme sul controllo politico

È altrettanto infondata l’idea che la separazione delle carriere rafforzi il controllo politico sulla magistratura. L’indipendenza non dipende dall’assetto delle carriere, ma dalle regole di autogoverno, dai meccanismi di nomina e dai contrappesi costituzionali.
Confondere questi piani serve a generare allarme, non a chiarire il merito della riforma. E soprattutto introduce un principio pericoloso: che ogni modifica dell’assetto giudiziario debba essere letta come un arretramento nella lotta alle mafie.
Ma l’antimafia non può diventare una clausola di intangibilità dell’esistente. Le organizzazioni criminali prosperano dove le regole sono opache, i ruoli confusi e le responsabilità diluite. Un sistema giudiziario più chiaro, coerente e conforme ai principi del giusto processo non è un favore ai clan: è un rafforzamento della credibilità dello Stato.

Quando la suggestione prende il posto del diritto

In definitiva, attribuire alla separazione delle carriere un favore alle mafie significa rovesciare la logica dello Stato di diritto: come se la confusione dei ruoli fosse una virtù costituzionale e la terzietà un lusso da tempi normali. Ma la giustizia non combatte il crimine organizzato sospendendo le regole; lo fa applicandole meglio. Le mafie non temono l’eccezione, che sanno aggirare, ma la chiarezza, che le inchioda. E se oggi qualcuno scambia il rafforzamento delle garanzie per un arretramento morale, il problema non è il referendum. È l’idea, ormai sedimentata, che la legalità debba funzionare per suggestione e non per diritto. Una tesi suggestiva, certo. Ma, giuridicamente, indifendibile.

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