La violenza non è un’opinione: quando il racconto diventa un alibi
La testimonianza sugli scontri di Torino e il video del poliziotto a terra: tra narrazione, contesto e diritto, perché la violenza non può essere relativizzata
Testimonianza, narrazione e verità giuridica
Che la violenza vada condannata è un principio. Non una formula di apertura, non una cautela lessicale, ma un cardine giuridico. Proprio per questo merita rigore, non ambiguità narrative che, pur dichiarandosi neutrali, finiscono per spostare l’attenzione dal fatto alla sua giustificazione indiretta.
Il lungo post diffuso dalla giornalista Rita Rapisardi sugli scontri avvenuti a Torino rivendica il valore della testimonianza diretta: “ero lì”. È un contributo legittimo al dibattito pubblico, ma non può essere assunto come ricostruzione esaustiva, né come parametro per ridefinire la gravità giuridica di quanto accaduto.
Nel diritto, la testimonianza è uno strumento delicato. Ha valore solo se valutata insieme ad altri elementi, proprio perché inevitabilmente parziale. Essere presenti non equivale a vedere tutto, né a comprendere l’intera sequenza causale degli eventi. Per questo l’ordinamento non affida mai a un singolo racconto la definizione della responsabilità.
Il racconto insiste ampiamente su ciò che precede il video diventato virale: il lancio dei lacrimogeni, il caos, le cariche, presunti errori operativi delle forze dell’ordine. Tutti elementi che possono e devono essere accertati, e che, se irregolari, meritano valutazioni disciplinari o penali. Ma nel diritto penale, e nella cultura giuridica di uno Stato di diritto, il contesto non cancella il fatto, né lo rende neutro.
Contesto, aggravanti e selezione morale dei fatti
Un agente isolato, a terra, colpito. Questo è il fatto mostrato dalle immagini.
Che il casco non fosse allacciato, che lo strumento utilizzato non fosse un martello ma un martelletto, che l’agente si fosse allontanato dal reparto: nessuno di questi elementi incide sulla qualificazione giuridica della condotta violenta che segue.
Nel nostro ordinamento, colpire una persona in condizioni di minorata difesa costituisce un’aggravante. Non una sfumatura narrativa, non un dettaglio tecnico, ma un elemento che rafforza la responsabilità. E questo vale a prescindere dall’uniforme indossata dalla vittima. Il diritto non distingue tra violenze “comprensibili” e violenze “inaccettabili”: distingue tra fatti, responsabilità e aggravanti.
Criticare l’operato delle forze dell’ordine è legittimo. Indagare eventuali abusi è doveroso. Ma esiste una linea sottile, che il giornalismo dovrebbe conoscere bene, tra l’analisi e la giustificazione indiretta.
Quando una violenza viene raccontata principalmente attraverso ciò che l’ha preceduta, il rischio non è quello di contestualizzare, ma di attenuare. E l’attenuazione morale, a differenza di quella giuridica, non è prevista da alcun codice: è una scelta editoriale.
Si afferma che un video mostra solo pochi secondi e può essere manipolato. È vero. Ma anche un racconto lo fa, selezionando cosa enfatizzare e cosa ridimensionare. La differenza è che il video mostra un fatto; il racconto ne propone una lettura. Quando si accusa una narrazione di essere propaganda, bisognerebbe evitare di sostituirla con una contro-narrazione che opera le stesse omissioni, solo orientate in senso opposto.
Non complicare la realtà
Il diritto, quando è ben applicato, ha una virtù che spesso manca al dibattito pubblico: sa fermarsi. Sa individuare il punto oltre il quale le spiegazioni non chiariscono più, ma confondono.
Un uomo a terra colpito è un fatto giuridicamente rilevante. Tutto il resto (prima, dopo, intorno può e deve essere accertato, ma non può trasformarsi in una diluizione del principio.
Il giornalismo non ha il compito di complicare la realtà fino a renderla un esercizio di equilibrismo morale. Ha il dovere di raccontarla senza selettività. Perché quando per condannare una violenza servono troppe precisazioni, il problema non è il video. È lo sguardo.
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