Askatasuna senza vergogna: il corteo e gli scontri definiti “un successo”
Il corteo contro lo sgombero di Askatasuna, dove sono andati in scena degli scontri vergognosi, viene rivendicato come un successo “al di là di ogni aspettativa” dall’area antagonista. Una narrazione che però entra in forte contrasto con quanto accaduto. Le strade della città sono state segnate da scontri con le forze dell’ordine, danneggiamenti, vetrine infrante e un clima di tensione. Secondo una nota diffusa sui canali social vicini al movimento, alla manifestazione avrebbero partecipato oltre 50mila persone. Un momento di la convergenza di “centinaia di realtà” unite nella difesa degli spazi sociali e delle cosiddette pratiche di libertà, oltre che contro il governo guidato da Giorgia Meloni. Nel comunicato si esprime anche “solidarietà agli arrestati”, con la richiesta di liberazione per tre attivisti fermati nei giorni successivi alla protesta.
La rivendicazione del centro sociale
La piazza viene descritta come un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale ritenuto “simbolo di resistenza”. Una manifestazione che, secondo gli organizzatori, avrebbe dato voce a soggetti diversi e a molte storie, rafforzando il senso di comunità e di opposizione a quella che viene definita una “deriva autoritaria sempre più esplicita” del Paese. Eppure, al di là della narrazione proposta dagli ambienti antagonisti, resta un’evidente contraddizione. Come si può parlare di successo politico e sociale di fronte a una città ferita, a interi quartieri paralizzati e a un bilancio di scontri che nulla ha a che fare con il diritto di manifestare pacificamente? Le immagini circolate nelle ore successive al corteo raccontano una realtà ben diversa da quella celebrata nei comunicati. Cassonetti rovesciati, scritte sui muri, danni a esercizi commerciali e momenti di guerriglia urbana.
Gli scontri al corteo pro Askatasuna non sono una rivoluzione
Nel testo si respingono poi i “paragoni storici ridicoli” con gli anni di piombo, sostenendo che la vera questione sarebbe la chiusura degli spazi di aggregazione, che spingerebbe i giovani a “prenderseli”. Una lettura che evita accuratamente di affrontare il nodo centrale. Ovvero la responsabilità di chi scende in piazza e la linea sottile che separa il dissenso legittimo dalla violenza. Il corteo di sabato 31 gennaio, sempre secondo la nota, rappresenterebbe una proposta politica rivolta all’intero Paese. L’inizio di una fase nuova, fatta di assemblee diffuse e mobilitazioni continue. Ma mentre il movimento rivendica ottimismo e consapevolezza, resta aperta una domanda inevitabile. Quale opposizione sociale può davvero nascere da una protesta che travalica il rispetto delle regole e della convivenza civile?
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