Nuvole nere si addensano sul Golfo Persico. Gli Usa hanno abbattuto un drone iraniano che si stava avvicinando alla portaerei Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Un funzionario statunitense lo ha riferito alla Reuters. Lo Shahed-139 stava volando verso la Lincoln ed è stato distrutto da un caccia F-35. Qualche ora prima, motovedette iraniane armate hanno tentato di fermare una petroliera battente bandiera statunitense nello Stretto di Hormuz. Lo ha riportato il Wall Street Journal. Secondo la società di sicurezza marittima Vanguard Tech, sei imbarcazioni iraniane dotate di mitragliatrici si sono dirette verso la nave all’alba, ordinandole di spegnere i motori e prepararsi all’abbordaggio. Il comandante ha accelerato e la petroliera è stata successivamente scortata da una nave da guerra statunitense.
Le richieste dell’Iran per i negoziati con gli Usa
L’Iran ha chiesto di cambiare il luogo e il formato dei negoziati con gli Stati Uniti previsti per venerdì a Istanbul. Secondo Axios, gli iraniani vorrebbero dei bilaterali in Oman, solo con gli Usa, dopo che diversi Paesi sono già stati invitati a partecipare. Nella lista figura anche il Pakistan. Una fonte diplomatica di Islamabad, contattata dal quotidiano pakistano Dawn, ha sostenuto che presenza è considerata “cruciale per allentare le tensioni”. Al tavolo potrebbe esserci il vice premier e ministro degli Esteri Ishaq Dar.
I colloqui di Araghchi
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una serie di conversazioni telefoniche con alcuni suoi omologhi della regione. Stando a Teheran, Araghchi ha prima parlato con il ministro degli Esteri e primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, e poi con il suo omologo turco, Hakan Fidan. A seguire, ha discusso con il suo omologo omanita, Badr al-Busaidi, di “rapporti bilaterali e degli sviluppi regionali”. Il capo della diplomazia iraniana, si legge in una nota, “ha elogiato gli sforzi costruttivi dell’Oman a sostegno della pace e della sicurezza regionale”.
Witkoff e le richieste di Israele
Abbas Araghchi, e l’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff starebbero comunicando via sms. Si tratterebbe della terza volta da quando è tornato alla Casa Bianca, che Donald Trump tenta la strada di un accordo sul nucleare con la Repubblica islamica dell’Iran. I precedenti non sono incoraggianti. Washington tiene in caldo l’opzione militare, come dimostra il rafforzamento della presenza militare nel Golfo, creando una minaccia concreta di intervento armato. Israele chiede agli Stati Uniti che qualsiasi intesa con l’Iran includa lo stop all’arricchimento dell’uranio, limiti al programma di missili balistici e la cessazione del sostegno iraniano ai suoi proxies nella regione. Witkoff ha incontrato nello Stato ebraico il primo ministro, Benjamin Netanyahu. Al summit durato circa tre ore e mezza, hanno preso parte anche ill ministro della Difesa Israel Katz, del Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, il direttore del Mossad David Barnea e altri alti alti funzionari di Israele.
Ankara vuole la soluzione diplomatica
La Turchia insiste sulla necessità di risolvere i problemi attraverso il dialogo. “L’esperienza ha dimostrato che gli scenari che non tengono conto dei valori, dell’identità, del passato di questa regione non portano altro che ulteriore dolore e tragedie, senza riuscire a garantire sicurezza né pace”, ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un’intervista al quotidiano Asharq Al-Awsat, in occasione della sua visita in Arabia Saudita. Erdogan ha ricordato le “ferite profonde e sofferenze ancora vive nella memoria collettiva a Gaza, in Iraq, in Siria e in Afghanistan”.
Le autorità iraniane hanno reso noto l’arresto nel centro del Paese di numerosi stranieri, dei quali non vengono precisate le nazionalità, nel corso delle proteste iniziate alla fine dello scorso dicembre. “Durante l’esame dei fascicoli legati ai rivoltosi, è stato stabilito che ci sono 139 stranieri tra le persone fermate”, recita la Tasnim, L’accusa rivolta loro dal capo della Polizia della città di Yazd, Ahmad Negahban, è di essere coinvolti “nell’organizzazione e nella gestione delle rivolte”, oltre ad averle “fomentate”, in “contatto in alcuni casi con reti” fuori dai confini iraniani.