IN LIBRERIA – La storia di Marthe
Pubblicato nel 1876, Marthe, storia di una prostituta è il romanzo d’esordio di Joris-Karl Huysmans torna oggi nelle nostre mani grazie alla nuova edizione di Prehistorica, che restituisce pienamente la forza di un testo ancora sorprendentemente moderno, grazie anche alla traduzione elegante e rigorosa di Filippo D’Angelo.
Inserito nel solco del naturalismo francese, il libro dialoga apertamente con Zola ma se ne distingue per una radicalità ancora più spoglia, priva di qualsiasi residuo di fiducia nella redenzione. Marthe è orfana dall’età di quindici anni. Lavora come operaia in una fabbrica di perle finte nella Parigi popolare di fine Ottocento, simbolo perfetto di una bellezza artificiale e fragile. L’illusione di un destino migliore la conduce in una casa chiusa, e da lì in una spirale di eccessi, umiliazioni, stanchezza fisica e morale. Huysmans non racconta una “caduta”: la caduta è già avvenuta. Il romanzo segue piuttosto la sua prosecuzione inevitabile, il lento consumo di un’esistenza schiacciata da un sistema che non lascia vie di fuga.
Accanto a Marthe c’è Léo, giovane scrittore mancato, figura debole e inerte. Il loro legame non ha nulla di romantico: è una relazione di dipendenza, in cui Marthe mantiene Léo con il proprio corpo e lui rappresenta, per lei, l’illusione di un’altra vita possibile. Un’illusione che non si realizza mai. Anche Léo scivola progressivamente nell’apatia e nell’incapacità di reagire alla propria mediocrità. Uno degli aspetti più disturbanti e potenti del romanzo è l’assenza totale di consolazione. La prostituzione non è spettacolarizzata né moralizzata: è descritta come un lavoro alienante, meccanico, privo di erotismo, una routine che svuota il corpo e cancella l’identità. Il corpo femminile diventa il luogo su cui si iscrive la violenza sociale, ma Huysmans evita ogni retorica vittimistica.
Marthe non è un’eroina tragica: è stanca, passiva, ed è proprio questa normalità a rendere la sua storia così disturbante. Gli uomini che attraversano il romanzo sono figure meschine, intercambiabili, volgari e predatori. Vanno e vengono senza lasciare traccia, contribuendo a un senso di degrado diffuso. Accanto ai personaggi umani, emergono due presenze quasi autonome: l’alcolismo, che inizialmente illude e poi distrugge, e la solitudine – non scelta – che svuota e annienta. In questo senso, Marthe è soprattutto un romanzo della solitudine: non una storia triste, ma una storia che interroga e provoca. Lo stile di Huysmans è asciutto, preciso.
L’autore osserva i suoi personaggi con distanza: senza pietà e senza giudizio. Ne emerge una Parigi lontana da ogni mito di modernità, dove la miseria è materiale e morale, e il destino sembra già scritto. Un classico duro e implacabile, capace ancora oggi di guardare senza filtri la marginalità e la miseria umana.
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