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Economia

Merzoni, Roma e Berlino ridisegnano l’Europa

Il tempo dei banchieri alla Macron è finito: Bruxelles cambierà passo?

di Giovanni Vasso -


L’han chiamata Merzoni. Sembra più il nome di un mobilificio di Agrate Brianza che l’alleanza attorno alla quale si formerà l’Europa che verrà. L’ultimo capolavoro politico di Emmanuel Macron è stato quello di spezzare l’asse francotedesco. Quello attorno al quale s’erano disegnate le politiche degli ultimi decenni di Ue. Un’era simbolicamente rappresentata dal progetto Fcas, il caccia europeo che avrebbe dovuto unire, pure sul fronte della Difesa, il Vecchio Continente. Annunciato nel 2017, oggi è stato definitivamente consegnato agli archivi. Dieci anni persi. E di tempo da perdere, con un mondo in tumulto e gli americani pronti a lasciare l’Europa (e a riconsegnare i comandi Nato), non ce n’è più.

Merzoni, un’intesa fondata sul pragmatismo

Italia e Germania hanno molto più in comune di quanto si pensi. “L’alleanza con Berlino è fondamentale”, ha detto stamattina il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. E tanto basta per ricordarci il rapporto, ormai simbiotico, tra i sistemi industriali al di qua e al di là delle Alpi. Roma e Berlino hanno gli stessi obiettivi. Politici, oltre che economici. Strano a dirsi, per tutto ciò che è successo in passato. Ma oggi sembra proprio così. L’industria italiana e quella tedesca, di burocrazia e regolamenti capestro, non ne possono più. L’automotive è in panne. C’è bisogno di fare, fin da subito, qualcosa. L’Italia non crede al progetto del SuperStato federale propugnato da Mario Draghi. La Germania nemmeno. Né a Merz né a Meloni, evidentemente, sta bene la strategia dell’euro forte che la Bce vorrebbe imporre. Perché sia per l’industria tedesca, che per quella italiana, sarebbe un bagno di sangue. Chi campa di export non può lavorare con una moneta eccessivamente forte senza regalare agli altri buona parte delle proprie quote di mercato.

Ultimo sbaglio a Parigi

Il tema della competitività, dunque, è quello centrale. Che innerva l’alleanza tra Palazzo Chigi e la Bundeskanzleramt. Stessi interessi, stessa visione, stessi obiettivi. Un’intesa che si nutre di pragmatismo. Lo stesso invocato proprio da Draghi. E che passa (pure) da una visione meno catastrofica e divisiva in politica estera. A chi giova rompere, del tutto, con Trump? Nemmeno alla Francia che vorrebbe imporre (a parole) il Made in Eu su ogni appalto possibile e immaginabile. Macron si tiene imbullonato alla poltrona a dispetto di un elettorato francese sempre più diviso e polarizzato ma unito “contro” di lui. Adesso, temendo di perdere pure la guida dell’Europa a favore dell’invisa Meloni, ha ripreso a parlare.

Macron ha ritrovato la voce

Tocca, strategicamente, nervi scoperti. Parla, in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore di debito comune. Un tema su cui Italia e Germania, storicamente, sono divise. Ma nessuna delle due parti, a quanto pare, ha accettato quella che, più che una proposta, è sembrata quasi una provocazione da parte di Parigi. I fatti, più delle parole. E un fatto è che, al prevertice convocato da Merz e Meloni, “Merzoni”, Emmanuel Macron, che inizialmente aveva nicchiato, s’è affrettato a far sapere che ci sarà. Se non altro per non lasciare troppo campo libero. E con lui ci sarà pure Ursula von der Leyen. “Bene che gli Stati membri si vedono e si confrontino”, ha sibilato una fonte europea. Non sarà una passeggiata, il prevertice in programma domani. Non lo sarà per Macron, non per Merzoni. Sia chiaro.

Non è più tempo di banchieri

Che il vento sia cambiato, nella Vecchia Europa, è un dato di fatto. Il tempo dei tecnici centristi, degli ex manager di Rothschild come Macron, è agli sgoccioli. La politica, in un’epoca di buriana, si riprende i suoi spazi. E non si possono più ignorare i segnali dei cittadini. Che, su certi temi, non ne possono davvero più. Ed è un segnale, in tal senso, l’ok giunto dall’Eurocamera ai due nuovi regolamenti sull’immigrazione. Dopo aver passato anni a incentivare gli arrivi indiscriminati da ogni angolo del pianeta innescando una feroce competizione lavorativa (il caso Glovo a Milano), Bruxelles ha deciso di cambiare strategia.

Cambio di passo a Bruxelles

Ha dato l’ok alla lista dei Paesi terzi affidabili. E ha deciso di imperniare la sua strategia (anche) sugli hub fuori dai confini dell’Ue. Una proposta che, non ditelo a Elly Schlein, è stata votata pure dai socialisti, segnatamente da quelli danesi, svedesi e rumeni. In pratica, l’Europa ascolta il modello Meloni e si propone di metterlo in pratica. Ad onta di quanto si urla in Italia. E urla resteranno, a suonare il de profundis di una certa idea (finita) di Ue sono le parole di Ilaria Salis. “Così la distruzione del diritto d’asilo diventa un fatto compiuto, siamo all’Eurofascismo”, e via dicendo. Un cupio dissolvi, il solito refrain fuori tempo massimo, che suona come un campanello d’allarme. La politica non si può fermare agli slogan né a coccolare la propria fanbase di Facebook. Non adesso, non più.


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