Il tema dei temi: sicurezza, stipendi e dignità del lavoro
C’è sempre un’urgenza che occupa le prime pagine. Oggi il dibattito referendario, ieri e domani l’emergenza sicurezza, dopodomani gli scenari internazionali con le loro guerre. Tutto rilevante, ma mentre politica e media inseguono l’ultima emergenza resta la domanda più semplice e più radicale. Come vivono concretamente i cittadini italiani. Si discute di equilibri geopolitici e assetti istituzionali, ma a fine mese le famiglie devono pagare affitto o mutuo, spesa e bollette. Il nodo centrale, insieme a una sanità pubblica che arretra, è il lavoro e il trattamento stipendiale sempre più disallineato rispetto all’Europa e ai principali Paesi occidentali.
L’Italia è il fanalino di coda per dinamica dei salari reali. Non è un fatto congiunturale ma il risultato di almeno vent’anni in cui il lavoro è stato considerato una variabile di aggiustamento e non la base della crescita. Si è puntato su flessibilità e contenimento della spesa senza una vera politica dei redditi. L’erosione del potere d’acquisto è stata tra le più marcate in Europa. Anche quando la busta paga cresce la vita costa di più e quello stipendio compra meno futuro. È una fotografia che mette in discussione la tenuta del patto sociale. A questo si aggiunge una bolla immobiliare silenziosa. Nelle grandi città gli affitti sono ormai incompatibili con gli stipendi medi e acquistare casa è diventato un percorso a ostacoli.
La compressione sociale colpisce il ceto medio impoverito e in particolare il lavoro pubblico. Qui emerge il paradosso, la sicurezza è evocata come priorità assoluta, ma gli stipendi di chi la garantisce restano compressi. Si chiede più controllo del territorio e più presenza dello Stato. Si pretende affidabilità, ma quello stesso Stato remunera i propri servitori in modo non competitivo rispetto ai partner europei più avanzati. Non si può chiedere efficienza senza garantire condizioni materiali adeguate. Nel confronto europeo le retribuzioni dei poliziotti italiani restano inferiori in media tra il 30 e il 40 per cento rispetto ai Paesi OCSE-UE. Anche correggendo con i parametri PPS il cosiddetto Standard del potere d’acquisto, il divario si riduce ma non si annulla e l’Italia resta sotto la media.
Non è una rivendicazione corporativa del personale della Polizia di Stato. È una questione di equità e di politiche dedicate ai dipendenti pubblici. La qualità delle istituzioni dipende anche dalla qualità della vita di chi le serve. Il quadro retributivo, insieme all’inverno demografico, produce un effetto misurabile. Il calo delle domande ai concorsi nelle Forze di polizia si avvicina al 30 per cento per il ruolo di base con punte del 40 per cento nei ruoli intermedi e dirigenziali. È una perdita di attrattività, quando servire lo Stato non garantisce stabilità economica il problema è strutturale.
Un poliziotto che vive in una grande area urbana con affitti che assorbono metà dello stipendio fatica a garantire alla propria famiglia la serenità che è chiamato ad assicurare agli altri. Questa contraddizione incide sulla motivazione e sulla qualità del servizio. Lo stesso vale per la scuola, anche qui le comparazioni europee mostrano stipendi inferiori e progressioni più lente. Poliziotti e insegnanti non possono essere trattati come una voce comprimibile di bilancio, sono l’ossatura civile e culturale della Repubblica. Sicurezza e istruzione non sono costi ma condizioni che la democrazia deve garantire.
Negli ultimi decenni si è parlato molto di riforme e modernizzazione, meno di dignità salariale nel settore pubblico. Il lavoro pubblico è stato considerato più un capitolo da contenere che un investimento strategico. Questa impostazione oggi presenta il conto. Va riconosciuto che la stagione dei rinnovi contrattuali è stata riaperta grazie al ministro Zangrillo, che ha introdotto un cambio di passo culturale nel modo di guardare al lavoro pubblico. Non è secondario che questo impulso sia arrivato da un ministro proveniente dal mondo del lavoro privato.
È stato necessario uno sguardo non ideologico per riconoscere che merito, competenze e trattamenti adeguati non sono privilegi ma condizioni di efficienza. È un segnale importante, ma il recupero richiede una strategia più ampia. Colpisce il distacco di una parte della classe politica, in particolare di chi è culturalmente impregnato di riserve ideologiche, che continuano a muoversi sul terreno delle parole d’ordine senza affrontare con la stessa determinazione la questione salariale. La difesa del lavoro deve misurarsi con la realtà dei redditi e del costo della vita.
Ignorare questo scarto significa non comprendere la profondità del disagio sociale. In Parlamento non servono proclami. Serve riconoscere che la stagnazione salariale è stata un errore strategico del Paese e che per il rinnovo del CCNL del Comparto Sicurezza, occorre un finanziamento aggiuntivo, come il Governo si è impegnato a fare nell’incontro del 9 dicembre scorso con il Siap e i sindacati maggioritari, per ristorare le indennità legate a funzione, rischio e disagio. Mentre la politica discute di referendum e scenari globali c’è un’Italia che chiede qualcosa di più elementare. Poter vivere del proprio lavoro senza arretrare ogni anno. Non è una domanda corporativa, è una richiesta di giustizia sociale e di dignità del lavoro. È il tema dei temi. E riguarda la credibilità della politica prima ancora di quella dello Stato.
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