Il nuovo Made in Italy: le “imprese coesive”
Non sono più una nicchia di sognatori, ma una realtà solida che rappresenta ormai il 43,5% del panorama nazionale, un balzo enorme rispetto al 37,4% di soli cinque anni fa
Il futuro della nostra economia può correre su binari non isolati ma su una rete densa di relazioni, scambi e valori condivisi: è il nuovo Made in Italy.
I dati
Lo dicono i dati, lo conferma il mercato. Oggi, in Italia, competere significa sapersi unire. Il rapporto “Coesione è competizione” di Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo e Unioncamere legge una vera e propria mutazione genetica del nostro tessuto produttivo.
Le “imprese coesive” non sono più una nicchia di sognatori, ma una realtà solida che rappresenta ormai il 43,5% del panorama nazionale, un balzo enorme rispetto al 37,4% di soli cinque anni fa. Cosa è successo tra il 2020 e oggi? La pandemia ci ha insegnato a collaborare per sopravvivere, ma nel 2025 quella “coesione difensiva” è diventata una strategia di attacco.
Un’impresa coesiva oggi non si limita a curare il proprio giardino: coltiva mediamente 2,9 relazioni stabili con banche, università, enti non-profit e persino concorrenti. Non è un caso che l’85% degli italiani consideri ormai la coesione sociale un bisogno primario. Gli italiani cercano sicurezza, qualità della vita e comunità. E le aziende che hanno capito questo bisogno sono quelle che stanno vincendo la sfida della fiducia.
Il nuovo Made in Italy corre al doppio della velocità
Se si pensa alla coesione come “buonismo aziendale”, i dati lo smentiscono. Le imprese che scommettono sulle persone e sul territorio corrono al doppio della velocità: per il 2026, il 33% delle coesive prevede un aumento del fatturato, contro un timido 20% delle imprese “tradizionali”.
Anche sul fronte del lavoro, un divario netto. Il 21% delle imprese relazionali è pronta ad assumere, distaccando di otto punti percentuali chi resta isolato. Il dato più sorprendente, nel futuro tecnologico. Se il pregiudizio vede la tradizione come un freno, le imprese coesive sono le più affamate di innovazione. Utilizzano l’intelligenza artificiale nel 31% dei casi (quasi il doppio rispetto al 16% delle altre) e oltre tre quarti di esse hanno già completato investimenti in tecnologie 4.0. Una formula semplice: chi è aperto agli altri, è più aperto al nuovo.
Dietro le percentuali, i volti
La Ferrero blinda la qualità del suo cacao collaborando con il terzo settore, Selle Royal che trasforma gli scarti in risorse grazie al non-profit. Nel polo di eccellenza della Motor Valley – Muner – i giganti dei motori e le università fanno squadra per non farsi scappare i talenti. E realtà come Eolo portano il futuro digitale nei piccoli comuni più remoti.
Esempi di un’Italia che non aspetta il futuro e lo costruisce unendo i puntini tra profitto e bene comune. In un’epoca segnata dalla crisi demografica e dalla fuga dei talenti, l’87% delle imprese coesive ha capito che la vera ricchezza sono le competenze dei dipendenti.
E investono nel benessere, nella formazione e nella conciliazione vita-lavoro.
Non un costo ma una leva strategica per diventare un “magnete”
Un “magnete” per le intelligenze migliori. Un cambio di paradigma, che Ermete Realacci definisce una sfida comune. Un’Italia protagonista della sostenibilità solo sentendosi parte di un progetto collettivo. Insomma, finito il tempo dei solisti. La competizione del futuro che somiglia sempre meno a una gara di sprint e sempre più a un’orchestra.
Produrre meglio, senza mai separare l’innovazione tecnologica dalla dignità del lavoro. La vera forza del Made in Italy nella capacità di trasformare la vicinanza in valore e il territorio in un destino comune. Restare uniti per restare grandi.
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