La geopolitica degli appalti: se l’Europa esita, il mondo corre
Di Giovanni Battista Raggi
La revisione delle direttive europee sul Public Procurement e il nascente Circular Economy Act non sono faccende da giuristi, ma da strateghi. Stiamo parlando di orientare una potenza di fuoco che in Europa vale circa 2.000 miliardi di euro l’anno: chi controlla queste risorse, controlla la direzione industriale del futuro. Ma mentre a Bruxelles si discute di tassonomie e virgole, il resto del mondo ha già trasformato gli appalti in un’arma di sovranità economica. La Francia, con la Loi Climat et Résilience, ha stabilito per legge che dal 2026 il 100% dei contratti pubblici deve includere criteri ambientali. Negli Stati Uniti lo scenario è schizofrenico ma altrettanto sfidante: mentre l’amministrazione federale frena sul green, Stati come la California e New York hanno eretto barriere normative con leggi “Buy Clean” statali che chiudono le porte a chi non garantisce materiali a basse emissioni.
E la Cina? Pechino ha gettato la maschera. Con le nuove direttive del Ministero delle Finanze, il Dragone ha istituzionalizzato il protezionismo attraverso il meccanismo della “preferenza di prezzo” del 20%. In ogni gara pubblica, l’offerta di un prodotto qualificato come “domestico” viene valutata con uno sconto virtuale del 20%: un vantaggio matematico quasi incolmabile per chi esporta dall’estero. La norma, formalmente aperta anche alle aziende straniere, nasconde in realtà un obbligo di localizzazione forzata: per accedere al bonus non basta produrre in loco, ma bisogna garantire quote crescenti di componentistica cinese. È la sovranità industriale travestita da regola contabile.
In questo scacchiere globale, l’Italia rischia di rimanere schiacciata se non trova una sintesi tra spinte contrapposte. Da un lato c’è la visione di ACR+, che spinge legittimamente affinché l’Europa imponga target vincolanti di “circolarità”: non basta più riciclare, bisogna premiare il riuso. Dall’altro c’è il necessario pragmatismo industriale di Utilitalia: le utilities sono pronte, ma pongono un ineludibile tema di sostenibilità economica. Se i criteri ESG diventano obbligatori, chi paga il delta di costo? Senza una tariffa che riconosca l’investimento, il bando “verde” va deserto o finisce in tribunale. Nel mezzo, il Governo italiano lavora per tutelare il Made in Italy da shock asimmetrici, temendo che regole troppo rigide favoriscano paradossalmente i colossi extra-UE.
L’errore fatale, però, sarebbe trincerarsi in una difesa passiva. Come recita il Guiguzi, antico testo di strategia cinese: “Quando la situazione è favorevole, non esitare; quando è dubbia, aggirala”. La situazione normativa è indubbiamente dubbia. “Aggirarla”, in questo contesto, significa smettere di subirla e alzare il livello della sfida. Dobbiamo trasformare le nostre stazioni appaltanti da uffici passacarte a centri di competenza capaci di imporre metriche ferree — non aggettivi, ma numeri — per tagliare fuori chi fa greenwashing. Solo così un vincolo burocratico smetterà di essere un costo per diventare la più grande opportunità di politica industriale degli ultimi decenni.
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