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Attualità

Divario economico e parità di genere anche nel giornalismo

di Priscilla Rucco -

Da sinistra Elisabetta Mancini, Mikaela Zanzi, Emanuela Fiorentino, Silvia Cirocchi, Giovanna Ianniello e Paola Ferazzoli.


Elisabetta Mancini, socia fondatrice dell’associazione Giornaliste Italiane e direttrice editoriale di ITabloid, racconta come un gruppo di amiche e colleghe si è trasformato in un movimento di quasi 200 professioniste pronte a rivendicare parità salariale, dignità e visibilità nel mondo dell’informazione

L’associazione nasce da un’esigenza concreta o da una scintilla particolare?

“Nasce da entrambe le cose, direi. Giornaliste Italiane è nata da un gruppo di amiche e colleghe che si conoscono da tanti anni. Da tempo ci dicevamo: perché non metterci insieme e iniziare a lavorare in rete, a collaborare? Ognuna di noi opera in realtà diverse – chi in televisione, chi in radio, chi per un’agenzia stampa o nelle riviste cartacee – e proprio questa varietà ci ha fatto capire che c’era bisogno di perseguire un obiettivo comune. L’intento principale era farsi valere nel mondo del lavoro e tentare di fare qualcosa di concreto per una parità salariale che stenta ad arrivare, e non solo nel giornalismo ma in tutti gli ambiti lavorativi.

Quando abbiamo annunciato questa avventura, eravamo nove o dieci. Oggi, a quasi due anni dalla fondazione – a marzo festeggiamo il terzo compleanno – abbiamo abbondantemente superato le 160 associate e ci stiamo avvicinando alle 200. Ogni volta che ci pensiamo restiamo stupite di noi stesse. Tra le fondatrici ci sono colleghe come Federica Frangi e Maria Antonietta Spadorcia della Rai, Ida Molaro, Manuela Biancospino che ricopre anche un incarico all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, e la nostra presidente Paola Ferazzoli, anche lei in Rai. Fanno parte dell’associazione anche Silvia Cirocchio e Giovanna Ianniello. Siamo molto diverse tra noi a livello professionale, ma unite da una visione comune”.

Quanto è profondo, oggi, il gap tra giornaliste e giornalisti in termini di ruoli e riconoscimento?

“Moltissimo, e i numeri lo dimostrano in modo inequivocabile. Quando abbiamo presentato l’associazione al pubblico, siamo partite proprio da uno studio su quanti direttori donna e quanti direttori uomo ci fossero nelle principali testate. Le percentuali restituite sono state sconfortanti. Guardando solo le testate online registrate in Italia – e sono oltre mille – si contano circa ventiquattro direttori uomini e sei donne. Una percentuale che, se ci si ferma a pensarci, è quasi imbarazzante.

La presenza femminile nel giornalismo è numericamente significativa, ma quando si va a guardare i ruoli di responsabilità, il quadro cambia radicalmente. Non pretendiamo nulla di straordinario: stiamo chiedendo un riconoscimento economico proporzionato al lavoro svolto, indipendentemente dal sesso e in base al merito. Che, purtroppo, non è mai scontato e spesso, nemmeno riconosciuto”.

A febbraio è nato ITabloid. Perché una rivista, e come si inserisce nel panorama attuale dell’informazione?

“ITabloid è la pubblicazione ufficiale della nostra associazione. Quando abbiamo fondato Giornaliste Italiane sapevamo già che avremmo voluto creare uno strumento editoriale nostro: i tempi sono stati quelli che sono perché siamo tutte impegnate con i rispettivi lavori, ma l’idea era lì fin dall’inizio.

Il mondo della comunicazione sta cambiando in modo vertiginoso, e la velocità con cui circolano le notizie – spesso senza una adeguata verifica – alimenta un ecosistema di fake news che mina la fiducia nel giornalismo. ITabloid nasce proprio per andare nella direzione opposta: offrire approfondimento, rallentare i ritmi, dare alle notizie il tempo e lo spazio che meritano. È un modello che rispetta le peculiarità di ognuna e che punta sulla competenza autentica. Siamo consapevoli che il profilo che ci stiamo costruendo è ambizioso, ma il tentativo ci deve essere”.

Quali battaglie avete combattuto in questi due anni e dove volete arrivare?

“Uno degli appuntamenti che ci ha dato più soddisfazione è stato il flashmob che abbiamo organizzato a ottobre sulla violenza digitale. Molte nostre associate – tra cui Manuela Moreno e Paola Ferrari – avevano subito la pubblicazione non consensuale di loro immagini su siti inappropriati. Abbiamo deciso di non limitarci a un convegno e di scegliere invece un’azione visibile, capace di avere un impatto comunicativo in linea con la natura violenta del fenomeno che denunciavamo. Lo abbiamo organizzato in pochissimi giorni e ha avuto un’eco giustamente importante: sono arrivate in piazza Maria Elena Boschi, Calenda, il Ministro Roccella (nostra associata), esponenti di ogni colore politico. Volevamo dare coraggio a chi ha subito e spingere a denunciare, perché non è semplice farlo, soprattutto quando si è un personaggio pubblico.

Ci siamo occupate anche di intelligenza artificiale, di Giubileo, di violenza di genere. A marzo ci sarà un evento per la Giornata della Donna. La strategia è sempre la stessa: affrontare le tematiche che le associate stesse ci suggeriscono, perché Giornaliste italiane deve essere uno specchio delle esperienze reali di chi ne fa parte.

Smettere di parlare di disparità significa dare per scontato che vada bene così. E noi non siamo disposte a farlo. Il giornalismo non è quel mondo dorato che la televisione spesso restituisce.

È una professione esposta, faticosa, spesso sottopagata e, per le donne, ancora più complessa da vivere quotidianamente. Giornaliste Italiane e ITabloid nascono per portare alla luce quello che troppo spesso resta nell’ombra”.


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