Milano-Cortina 2026: Podio d’oro per l’Italia, ma qualcuno voleva vederci sconfitti
Quando il mondo intero applaude, c’è sempre qualcuno in casa che fischia.
Milano-Cortina 2026 ha calato il sipario a Verona lasciando un’eredità che pesa più di tutte le medaglie messe insieme: l’Italia sa fare, l’Italia sa organizzare, l’Italia — quando ci crede — sa vincere. Le delegazioni straniere se ne sono andate con una parola sola sulle labbra: complimenti. Gli atleti, le strutture, la logistica, l’accoglienza: un affresco che il mondo ha fotografato e incorniciato. L’Italia ha gareggiato su due piste parallele: quella della neve e quella della credibilità internazionale. Le ha vinte entrambe.
Ma qualcuno ha corso nella direzione opposta.
Mentre gli atleti scalavano le classifiche, altri scendevano ai minimi storici dell’italianità. Sabotaggi alle linee ferroviarie, manifestazioni costruite per intralciare, proteste che non chiedevano nulla di concreto se non una cosa sola: il fallimento. Il vecchio slogan gramsciano tanto peggio, tanto meglio — quello che la sinistra extraparlamentare ha tatuato nell’anima sin dagli anni Settanta — è tornato a farsi sentire, puntuale come la valanga che non aspetta il semaforo verde.
Non è una novità. È un copione già visto.
Nel 1990, ai Mondiali di calcio, le stesse frange profetizzavano il disastro: stadi incompiuti, corruzione, figuraccia globale. L’Italia consegnò al mondo uno dei tornei più belli della storia e Notti Magiche diventò la colonna sonora di un paese che sapeva emozionarsi. Nel 2006, dopo Torino, qualcuno aveva già scritto il coccodrillo: “Un’Olimpiade sprecata.” Peccato che quelle Olimpiadi le abbiano studiate nelle università di mezzo mondo come modello organizzativo. La storia si ripete: prima il processo, poi l’assoluzione. Ma gli imputati sono sempre gli stessi — gli italiani che lavorano.
Il plotone mediatico dell’inciampo.
Accanto ai sabotatori di strada, c’è stato un fronte altrettanto attivo — più elegante nella forma, identico nella sostanza. Trasmissioni come Report hanno sguinzagliato le proprie inchieste nei mesi precedenti all’evento con il tempismo chirurgico di chi non cerca la verità ma cerca il danno. Domande costruite come trappole, mezze verità cucite insieme con il filo del sospetto, fonti anonime elevate a sentenze definitive. Il tutto confezionato con la patina del giornalismo d’inchiesta — che è una cosa seria e nobile — usata però come clava per colpire un’Italia che stava ancora correndo i preparativi e non poteva ancora rispondere con i fatti.
Il meccanismo è collaudato: si semina il dubbio prima, si raccoglie il malcontento durante, e se le cose vanno bene — come è andata — si cambia argomento senza battere ciglio. Nessuna smentita. Nessun “avevamo torto”; nessuna di quelle assunzioni di responsabilità che gli stessi giornalisti pretendono dagli altri ogni giorno a parti invertite se ho sbagliare sono i politici o gli imprenditori o qualsiasi italiano di buona volontà: vergogna! Vergogna! Vergogna! Dopo la cerimonia di chiusura a Verona, dopo gli applausi del mondo intero, dopo le medaglie e i sorrisi e la standing ovation internazionale all’organizzazione italiana, sarebbe bastato un gesto minimo — quasi sportivo, si potrebbe dire. Alzarsi, guardarsi intorno, e ammettere: abbiamo perso, ha vinto l’Italia. Invece, silenzio. E il silenzio, in certi casi, è la confessione più eloquente che esista.
Lo sport olimpico è la metafora più onesta che esista.
Anni di sacrifici, di palestre alle sei di mattina, di diete e rinunce e cadute e ricominciare — tutto condensato in pochi secondi o pochi minuti davanti al cronometro più impietoso del mondo. Non esistono scorciatoie. Non esistono alibi. O sali sul podio o torni a casa. La vita civile dovrebbe funzionare esattamente così. Chi costruisce, chi investe, chi si alza la mattina sapendo che la fatica di oggi è il risultato di domani: questi sono gli atleti del paese reale. E come ogni atleta serio, non hanno tempo da perdere con chi occupa le piste per impedire agli altri di correre.
Perché allora qualcuno lavora per far perdere la propria squadra?
La risposta è scomoda ma va detta: perché il successo degli altri è la loro sconfitta. Un’Italia che funziona è un’Italia che non ha bisogno di chi promette di aggiustarla dopo averla rotta. È una questione di sopravvivenza politica, non di ideali. Il boicottaggio non è una forma di dissenso: è un conflitto di interessi travestito da coscienza critica.
Chi sabota le ferrovie non ferma i treni. Ferma gli italiani. Chi intralcia i cantieri non colpisce i palazzi del potere. Colpisce l’operaio, l’artigiano, l’imprenditore che in quei cantieri aveva scommesso il proprio futuro. C’è una parola per chi, in tempo di gara, lavora contro la propria squadra. Nello sport si chiama scorrettezza e comporta la squalifica. Nella vita civile si chiama con un termine più duro — e i cittadini perbene lo sanno benissimo, si chiama tradimento!
Verona ha chiuso i Giochi. L’Italia apra gli occhi.
Il medagliere parla. Le recensioni internazionali parlano. I numeri parlano.
Ora tocca agli italiani scegliere da che parte stare: con chi ha sudato per portare il tricolore in cima, o con chi ha soffiato per spegnerlo. Il podio è già lì. Basta salirci — e smettere di ascoltare chi, dal basso, grida che cadrete. Io sono un padre di famiglia, sono un imprenditore, sono stato anche un politico e per passione non smetterò mai di esserlo, perché a me piace costruire: io sono per il partito del sì perché solo così facendo, seguendo quei valori tramandati, si può costruire il futuro per le generazioni che verranno e per i nostri figli.
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