Trame sospese: installazioni immersive di Chiharu Shiota
Chiharu Shiota è oggi considerata una delle presenze più intense, liriche e riconoscibili dell’arte contemporanea internazionale. Nata a Osaka nel 1972 e formatasi tra il Giappone e la Germania, vive e lavora da molti anni a Berlino, città che ha profondamente segnato la sua sensibilità e il suo linguaggio. Il suo percorso si è sviluppato lungo una traiettoria coerente e radicale, capace di trasformare materiali semplici e quotidiani in ambienti di grande forza evocativa. Attraverso installazioni immersive che avvolgono lo spettatore, Shiota ha costruito un universo visivo in cui memoria, assenza, identità e destino si intrecciano in una trama fitta e vibrante.
La sua pratica si colloca in una zona di confine tra scultura, performance e installazione ambientale. Lo spazio espositivo non è mai un semplice contenitore neutro, ma diventa un luogo mentale, quasi psichico, in cui il visitatore è chiamato a entrare fisicamente e simbolicamente. Le sue opere non si limitano a essere osservate: si attraversano, si abitano, si respirano. Camminare all’interno di una sua installazione significa immergersi in una dimensione sospesa tra realtà tangibile e interiorità, tra presenza concreta degli oggetti e invisibilità delle emozioni che li attraversano.
Il segno distintivo della sua ricerca è l’uso di fili di lana o cotone, prevalentemente neri o rossi, tesi e intrecciati con pazienza quasi rituale. Questi fili si espandono nello spazio come ragnatele monumentali, avvolgendo oggetti comuni: sedie, letti, abiti, valigie, pianoforti, barche. La loro apparente fragilità contrasta con la complessità e la densità delle strutture che generano. Il filo diventa linea nello spazio, disegno tridimensionale, scrittura silenziosa che connette elementi distanti. È un materiale umile, domestico, ma nelle mani di Shiota assume una potenza architettonica e simbolica straordinaria.
Ogni intreccio è una metafora della memoria: invisibile ma tenace, sottile ma resistente. I fili collegano passato e presente, corpo e ricordo, individuo e collettività. La trama che ne scaturisce suggerisce che ogni esistenza sia parte di un reticolo più ampio, fatto di relazioni, incontri, perdite. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, le sue opere restituiscono tempo e profondità all’esperienza, invitando a una fruizione lenta e contemplativa.
Al centro della sua poetica vi è una riflessione costante sull’assenza. Molti ambienti evocano presenze umane senza mostrarle direttamente: un abito sospeso, una sedia vuota, una barca senza equipaggio suggeriscono vite trascorse e storie non raccontate. L’assenza non è vuoto, ma spazio carico di tracce. È la memoria di ciò che è stato, che continua a risuonare nel silenzio. Lo spettatore è invitato a muoversi sotto le reti filamentose, a percepire la densità dell’aria come se fosse materia viva. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, quasi meditativa.
La dimensione autobiografica è presente ma mai autoreferenziale. L’infanzia in Giappone, il trasferimento in Europa, la condizione di artista migrante, l’esperienza della malattia: tutto confluisce in un linguaggio capace di superare il dato personale per toccare temi universali come la perdita, il viaggio, la fragilità dell’esistenza. Il filo rosso, ricorrente nelle sue installazioni, richiama simbolicamente la leggenda orientale del filo del destino, che unisce invisibilmente le persone destinate a incontrarsi. In questa immagine si condensa l’idea di un’umanità interconnessa, in cui ogni percorso individuale è parte di una trama più ampia.
Le sue ricerche presentano profonde consonanze con quelle di Marina Abramović e Rebecca Horn, pur mantenendo una cifra autonoma e inconfondibile. Tutte e tre hanno posto il corpo al centro della propria indagine, inteso come luogo di vulnerabilità e resistenza. Abramović ha esplorato i limiti fisici e psicologici attraverso performance estreme, trasformando il proprio corpo in campo di tensione e relazione con il pubblico. Horn, soprattutto nei lavori degli anni Settanta, ha ideato protesi e dispositivi che estendono o vincolano il corpo, rendendolo organismo ibrido e poetico. Shiota, pur non utilizzando sempre il proprio corpo in scena, ne evoca costantemente l’assenza attraverso oggetti che ne suggeriscono la traccia. In tutte e tre, il corpo è soglia tra interiorità e mondo.
Un’altra affinità riguarda il rapporto tra fragilità e forza. L’esposizione totale di Abramović, le macchine delicate e inquietanti di Horn, le trame sottili ma monumentali di Shiota mostrano come la vulnerabilità possa diventare linguaggio. Lo spazio stesso, nelle loro opere, si trasforma in organismo vivo: campo energetico nelle performance di Abramović, ambiente cinetico nelle installazioni di Horn, architettura di fili nelle opere di Shiota.
La consacrazione internazionale di Shiota è giunta con importanti mostre museali e con la partecipazione alla Biennale di Venezia, dove ha rappresentato il Giappone con un’installazione di grande impatto poetico. Più recentemente, una grande mostra al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino ha ripercorso cronologicamente il suo lavoro, includendo opere storiche e interventi site-specific che dialogano con l’architettura del museo.
All’ingresso della mostra il visitatore incontra Uncertain Journey (2016), una delle installazioni più emblematiche. Una costellazione di barche metalliche è avvolta da una fitta rete di fili rossi che si irradiano verso pareti e soffitto. Il rosso domina lo spazio come una massa pulsante. Le barche, vuote, rimandano al tema del viaggio e della migrazione. Non si tratta di un percorso lineare, ma di un cammino incerto, fatto di deviazioni e trasformazioni. Il filo collega le imbarcazioni tra loro, suggerendo che ogni destino individuale sia intrecciato a quello degli altri.
Ancora più drammatica è In Silence (2002), dominata da un pianoforte bruciato e da sedie carbonizzate, avvolti in una nube di fili neri. Lo strumento, tradizionalmente simbolo di armonia, è qui muto, trasformato dal fuoco in relitto. Il silenzio evocato dal titolo non è semplice assenza di suono, ma memoria di un trauma. I fili neri scendono dal soffitto come cenere sospesa, creando un’atmosfera densa e quasi claustrofobica. L’assenza di figure umane rende ancora più forte la percezione di una presenza perduta.
L’arte di Chiharu Shiota si configura dunque come un grande atlante di emozioni e relazioni invisibili. Le sue installazioni non offrono risposte definitive, ma aprono spazi di riflessione sospesi tra luce e ombra, tra visibile e invisibile. Ogni filo teso nello spazio ricorda che la vita stessa è un intreccio di connessioni: alcune si spezzano, altre si ricompongono, altre ancora restano invisibili ma determinanti. In questo reticolo poetico, lo spettatore riconosce frammenti della propria storia e comprende che l’incertezza, lungi dall’essere solo smarrimento, è la condizione generativa dell’esistenza.
Renato Verga ilTorinese.it
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