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Ambiente

Il nucleare e il nuovo realismo geopolitico: verso una sovranità tecnologica

di Redazione -


di Giovanni Battista Raggi

Il dibattito energetico europeo sembra finalmente uscito dalla stagione dell’infanzia ideologica per approdare a un realismo strategico non più procrastinabile. Come già evidenziato in analisi precedenti sulla transizione industriale, non esiste autonomia politica senza indipendenza di approvvigionamento. In questo scacchiere, il nucleare cessa di essere un’opzione elettorale per tornare a essere l’architrave della stabilità di sistema. «La strategia senza tattica è la via più lenta verso la vittoria; la tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta», ammoniva Sun Tzu: un monito che oggi suona come una condanna per chi ha puntato tutto su incentivi a breve termine senza un piano decennale di mix energetico resiliente.

È necessario scardinare il dogma della sufficienza delle sole fonti rinnovabili. Sebbene il solare e l’eolico siano pilastri della decarbonizzazione, la fisica dei sistemi impone una riflessione pragmatica: con le tecnologie e le infrastrutture oggi disponibili, puntare esclusivamente su fonti intermittenti espone una potenza del G7 a rischi significativi di instabilità e dipendenza da capacità di backup.

Senza una fonte di base (base-load) costante, capace di fornire quell’inerzia fisica necessaria alla stabilità della rete elettrica, il rischio è di scivolare in una povertà energetica strutturale o di dover ricorrere massicciamente al gas estero per compensare i picchi di domanda. Secondo l’International Energy Agency, la produzione globale di energia nucleare è destinata a raggiungere un nuovo record storico nel 2025, confermando il ruolo del nucleare come componente essenziale dei mix elettrici avanzati.

Tuttavia, il ritorno all’atomo riapre il tema della dipendenza. Se l’UE cerca di affrancarsi dal gas russo, la ragnatela tecnologica di Rosatom resta un nervo scoperto: Mosca controlla ancora circa il 46% della capacità mondiale di arricchimento dell’uranio, concentrando in un unico attore una porzione decisiva della catena di fornitura.

Soprattutto, detiene insieme a Pechino una posizione di fatto dominante nella produzione del combustibile HALEU, vitale per la nuova generazione di reattori avanzati, mentre i programmi alternativi di Stati Uniti, UE e Regno Unito sono ancora in fase di sviluppo industriale.

Parallelamente, la Cina sta dominando la nuova espansione del settore con diverse decine di reattori in costruzione, trasformando gli SMR (Small Modular Reactors) in un potenziale «prodotto industriale di sistema» pronto per essere esportato nelle economie emergenti, legandole a sé per i prossimi cinquant’anni. Per l’Occidente, la sfida riguarda la tenuta della propria supply chain industriale di fronte a questo gigantismo asiatico.

In questo contesto, l’Italia si trova a un bivio. Il monitoraggio della spesa legata al PNRR e l’attività di eccellenza di enti come Sogin testimoniano l’esistenza di competenze di alto profilo nella gestione del decommissioning e del ciclo del combustibile esaurito, patrimonio tecnico che rischia di rimanere sottoutilizzato. Ma fermarsi al solo decommissioning sarebbe un errore prospettico.

L’energia è il presupposto della stabilità interna: senza un costo competitivo — che negli ultimi anni ha visto le imprese italiane sopportare, secondo varie analisi, un differenziale nell’ordine del 20–30% rispetto alla media UE — ogni velleità di crescita resterà un simulacro.

La neutralità tecnologica, dunque, non è una concessione ai mercati, ma l’ultima chiamata per la sopravvivenza del sistema industriale italiano in un mondo che non fa sconti a chi rinuncia alla propria sovranità energetica.

In assenza di una strategia che integri nucleare, rinnovabili, accumuli e infrastrutture di rete, il Paese rischia di oscillare tra picchi di emergenza e stagioni di rincari, senza mai conquistare quella sicurezza di lungo periodo che è prerequisito di qualsiasi politica industriale credibile.


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