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Attualità

Se lo Stato arretra, avanza la mimetica

di Giuseppe Tiani -


Dopo Rogoredo il generale vede i Parà e scambia una piaga per una parata. Appena una ferita sociale sanguina arriva qualcuno con la garza mimetica e pensa che il degrado si governi con l’eco degli scarponi. Ma le periferie non sono un plastico da esercitazione. Sono un inferno vero. E quando davanti allo spaccio ti viene in mente il rastrellamento non parla la politica, ma il riflesso di un ordine al reparto.

Mentre il discorso pubblico sulla giustizia viene trascinato da anni nelle curve delle fazioni, fino riducendo la giustizia a linguaggio di parte. I cittadini chiedono sicurezza, legalità e giustizia, ma si ritrovano spettatori di un derby permanente. Per questo va apprezzato l’invito di Marina Berlusconi a liberare i temi sensibili dalle gabbie ideologiche e a riportarli al merito. Vale per la giustizia. Vale soprattutto per la sicurezza, perché è lì che la propaganda si rivela più efficace.

La democrazia, però, non mette le periferie sull’attenti, e non scambia il disagio per un bersaglio. Non porta la guerra dove lo Stato ha smesso di portare sé stesso, mentre già ci preoccupano le guerre ai nostri confini. La sicurezza democratica nasce da una storia italiana di conflitto sociale e politico, di domande di libertà, di riforme e di confronto alto e costruttivo in Parlamento. Da lì viene la Polizia di Stato smilitarizzata e civile. Da lì viene l’idea che la sicurezza debba stare dentro la Repubblica e non sopra la Repubblica.

Per questo la sicurezza civile ha una grammatica della prevenzione, per poter restituire i quartieri ai cittadini, ma servono uomini e mezzi. Polizia di prossimità e integrata, indagini accurate, processi che funzionano, servizi sociali efficienti, parrocchie e scuole aperte, insegnanti tutelati, stipendi dignitosi. E quando necessario, uso legittimo della forza, non la sua idolatria, sempre nel rispetto dei diritti umani. Il resto è teatro dell’effimero.

Il generale, candidato per arruolare voti, ha poi processato per tradimento chi lo aveva arruolato e valorizzato. Non è solo una crisi di selezione dei gruppi dirigenti del sistema dei partiti, ma il loro smarrimento politico e morale, dentro il dissolvimento dell’etica pubblica. La società cammina così in un oscuro viale tra gli alberi che avvizziscono. Il punto non è il generale, ma la politica che, archiviato il confronto delle idee, non sa più elaborare visioni che appassionino. Da lì il comando prende il posto del governo e il rumore quello della competenza. La sicurezza non deve inseguire la paura, ma difendere la qualità della vita democratica che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri. Altrimenti il burrone non sarà più soltanto una metafora, ma una linea politica.


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