Vannacci e la chimera del centro
Nella perfetta idealità dei salotti televisivi e nelle analisi distillate da certe élite intellettuali, esiste un vizio di forma antico quanto il mondo, ossia scambiare il proprio disprezzo per un verdetto della ragione.
Si liquidano i fenomeni scomodi marchiandoli come il trionfo della mediocrità, l’avanzata del nulla, il riflesso condizionato di un elettorato triviale e ignorante. È la supponenza tipica degli onniscienti, di chi osserva la realtà dall’alto di una cattedra senza essersi mai misurato sul campo.
Ma politica reale si nutre soprattutto di emozioni che esistono nel quotidiano. Un uomo come Roberto Vannacci, che ha indossato le stellette, che ha vissuto la durezza del comando concreto e che mostra decisionismo e magnetismo, finisce inevitabilmente per intercettare i sentimenti profondi di un paese reale, stanco di opinionisti seduti in poltrona a sorseggiare tè e a decretare sacrifici per gli altri.
Roberto Vannacci amplificato dall’ortodossia progressista
Gran parte di questo inatteso radicamento popolare, ironicamente, viene alimentato proprio dai custodi dell’ortodossia progressista. Esiste un talento eccezionale nell’ergersi a detentori della verità assoluta, guardando come alieni o antropologicamente inferiori tutti coloro che non si allineano al pensiero unico. Ogni riferimento alla Gruber è ovviamente puramente casuale.
Questa spocchia radical chic non fa altro che alimentare il mito del generale agli occhi di milioni di italiani. Se l’obiettivo di certi strateghi o conduttori fosse quello di farne crescere i numeri per indebolire gli equilibri della destra, in caso di corsa solitaria, farebbero bene a calcolare i rischi. Continuare su questa strada, non farà evaporare il consenso, ma costringerà l’attuale maggioranza a blindarlo, se non addirittura a spalancargli le porte della guida del paese.
Il rischio di consegnare l’Italia alla sinistra massimalista
Chi scrive non crede certo che Vannacci sia la panacea di tutti i mali nazionali, ma l’alternativa appare decisamente peggiore per chiunque abbia a cuore un’idea di patria basata sull’interesse nazionale e sull’identità. Consegnare l’Italia a una sinistra massimalista, devota ai dogmi del politicamente corretto, del progressismo esasperato, delle visioni di genere imposte per legge e di un antifascismo immaginario, significherebbe ipotecare il futuro delle prossime generazioni, magari affidando l’educazione dei nostri figli ad un ministro della pubblica istruzione come Ilaria Salis.
In un contesto simile, l’idea che la piccola pattuglia dei moderati guidata da Carlo Calenda possa colmare i vuoti o sostituire i consensi di un voto che deriva da un malessere popolare concreto, si rivela per una vera e propria chimera.
Per il centrodestra, un simile travaso sarebbe politicamente inspiegabile e culturalmente indigeribile per la propria base.
Come si potrebbe giustificare agli elettori l’estromissione di un leader patriottico per imbarcare chi, da una vita, lotta per superare percentuali minime e fluttua costantemente tra posizioni opposte, arrivando a votare contro l’abrogazione del reddito di cittadinanza solo per riscoprirsi improvvisamente di sinistra?
Cosa avrebbe da offrire una simile svolta alla coalizione di governo? Una subalternità culturale ai mostri burocratici europei, anziché la ricerca di un’Italia protagonista?
Un appiattimento acritico sui dogmi della geopolitica continentale, ignorando le sofferenze e l’interesse nazionale pur di compiacere i salotti di Bruxelles?
Sostituire un bacino di voti concreto e sintonizzato sulla sicurezza e sulla tradizione con una minoranza instabile darebbe a Vannacci l’argomento perfetto per gridare al tradimento dei valori alla base della destra.
Il generale, lasciato libero di correre da solo, potrebbe presentarsi al paese come l’unico vero difensore dei valori traditi dall’esecutivo pur di fare spazio a un corpo estraneo.In tempi di crisi sociale e di profondi rivolgimenti internazionali, la politica non ammette dilettantismi.
Una nuova legge elettorale può trasformarsi in un’arma a doppio taglio; se il generale decidesse di misurarsi in autonomia, anche solo sottraendo una manciata di voti decisivi alla coalizione, finirebbe per regalare i seggi della maggioranza alla sinistra più radicale della storia recente. La prudenza, oggi, non è una scelta di retroguardia, ma un dovere strategico che impone al centrodestra di guardare alla realtà dei numeri prima che alle suggestioni dei saltimbanchi di palazzo.
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