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Giuseppe De Gregorio, responsabile Giustizia di Forza Italia in Campania, illustra le ragioni della separazione delle carriere

di Anna Tortora -


Avvocato, perché la separazione delle carriere è l’unico modo per garantire che il giudice sia davvero un arbitro imparziale e non un “collega di scrivania” del Pubblico Ministero?

«La separazione delle carriere non è una riforma soltanto tecnica, ma una scelta di civiltà giuridica che incide sull’equilibrio stesso dello Stato di diritto. In un sistema realmente garantista, chi accusa e chi giudica devono essere assolutamente distinti non solo nelle funzioni, ma nella formazione, nei percorsi e nella cultura professionale. Oggi questa distinzione non è assolutamente compiuta, nonostante si crei la confusione con la separazione delle funzioni introdotta dalla recente Legge Cartabia, di talché si genera una contiguità che rischia di indebolire la terzietà del giudice, anche sul piano della percezione. Ma la percezione, in giustizia, è sostanza: senza fiducia nell’imparzialità, si incrina il rapporto tra cittadino e istituzione. La Riforma interviene per ristabilire un principio essenziale: il giudice deve essere e apparire completamente indipendente rispetto all’accusa, come recita l’articolo 111 della Costituzione. È questo il fondamento di un processo equo e, quindi, della tutela effettiva della libertà personale».

Il sorteggio per i membri del CSM è una delle novità più discusse. 

«Il Consiglio Superiore della Magistratura è il cuore dell’autogoverno della magistratura e dovrebbe rappresentarne il punto più alto di autonomia e indipendenza. Le dinamiche che si sono affermate negli ultimi anni, tuttavia, hanno finito per minarne la credibilità agli occhi dei cittadini.

Il sorteggio introduce una discontinuità netta rispetto a questo schema. Non è un cedimento al caso, ma una scelta consapevole per sottrarre il sistema a logiche di appartenenza e restituirlo a criteri di imparzialità.

Per Forza Italia è un passaggio decisivo: significa spezzare un circuito che ha prodotto opacità e ricostruire un assetto in cui il merito e l’autonomia tornino centrali. Perché non può esserci indipendenza reale se il sistema appare condizionato da equilibri interni».

L’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare serve a porre fine al sistema dei magistrati che giudicano sé stessi? In che modo garantisce trasparenza nei procedimenti disciplinari?

«Il tema è di assoluta evidenza: chi esercita un potere così incisivo nella vita delle persone deve essere sottoposto a un sistema di responsabilità che sia pienamente credibile.

L’attuale modello, fondato su un controllo interno, espone a un limite evidente sul piano della percezione pubblica. Non basta essere imparziali, occorre esserlo in modo incontestabile.

L’Alta Corte Disciplinare introduce un livello di terzietà che rafforza l’intero sistema. Non è una misura punitiva, ma una scelta di trasparenza e responsabilità. Si tratta di un passaggio fondamentale per riallineare la giustizia italiana ai più avanzati standard europei e per restituire ai cittadini la certezza che anche chi giudica è sottoposto ad una rigorosa verifica, che sarà certamente indipendente in quanto attribuita ad un Organo terzo».

Molti cittadini vedono il referendum come un tema tecnico. Qual è il beneficio della riforma?

«Il beneficio è diretto e riguarda la qualità della vita democratica.

La riforma incide sulle garanzie del cittadino di fronte al potere dello Stato. Significa ridurre il rischio di errori che possono compromettere in modo irreversibile la vita delle persone, significa avere un sistema più equilibrato e più trasparente.

Quando la giustizia non funziona, il prezzo più alto lo pagano sempre i più esposti: famiglie, lavoratori, giovani. E troppo spesso anche le donne, che subiscono in modo indiretto ma profondo le conseguenze di procedimenti lunghi, incerti e talvolta ingiusti.

È importante poter contare su una giustizia affidabile, non condizionata e capace di distinguere con chiarezza tra accusa e giudizio. In definitiva, significa rafforzare la fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, che è il presupposto di ogni democrazia solida».


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