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Scandalo Campania, mense ospedali da incubo

Cosa c'è dietro i controlli dei Nas in strutture sanitarie pubbliche e private della regione

di Giorgio Brescia -


Il breakdown della sanità pubblica e privata della Campania in un dato shock da scandalo: fuori norma l’82% delle mense controllate negli ospedali. Sanzioni, alla fine, limitate, ma un fatto – emerso dalle ispezioni dei Nas nelle province di Salerno, Avellino e Benevento — che fotografa 18 strutture non conformi su 22.

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Un caso clamoroso, non un episodio di incuria isolata

Il caso rappresenta il fallimento sistemico di una filiera che lega l’edilizia sanitaria, i modelli di appalto e i protocolli di vigilanza interna. Per qualcuno, la tappa obbligata finale di quella che è una vera trappola.

L’obsolescenza strutturale è il primo fattore di rischio. Secondo i dati del monitoraggio nazionale sull’edilizia sanitaria, una parte significativa del patrimonio ospedaliero campano risale a un’epoca precedente alle moderne normative.

Un problema, quindi, tecnico: superfici porose, pavimentazioni fessurate e sistemi di scarico non a norma impediscono la sanificazione profonda. La conseguenza: anche con turni di pulizia regolari, la carica batterica persiste nelle micro-fratture dei materiali, rendendo i “fondamentali” dell’igiene tecnicamente irraggiungibili senza interventi di ristrutturazione straordinaria che mancano da decenni.

Cosa succede negli ospedali campani

Il secondo pilastro del problema è la gestione degli appalti. Nel triennio precedente, i bandi di gara per la ristorazione collettiva in Campania hanno visto una forte pressione sui costi. Il tutto, ridotto ad una mera analisi dei costi. Se un pasto viene appaltato a cifre che rasentano i 4-5 euro (comprendenti derrate, logistica, personale e dispositivi di prevenzione), il margine di profitto dell’impresa si sposta necessariamente sulla riduzione dei servizi accessori.

I tagli nella sostanza degli appalti

A tutti noti, tagli occulti. I primi investimenti a cadere sono la formazione del personale (obbligatoria per legge ma spesso autocertificata senza verifiche) e la manutenzione preventiva dei macchinari di lavaggio, che perdono efficacia termica non garantendo più l’abbattimento dei batteri sui vassoi.

Sullo sfondo, il cortocircuito dei controlli obbligatori. La legge prevede una piramide di controllo che, nel caso in esame, è risultata inerte. L’impresa deve campionare e analizzare. Se i Nas trovano batteri, l’autocontrollo è stato omesso o falsificato.

In più, è il funzionario pubblico che deve vigilare. Se non sono stati attivati i meccanismi di penale o la risoluzione del contratto per grave inadempienza, il sistema si è inceppato. E pure i Servizi di igiene degli alimenti delle Asl avrebbero dovuto rilevare queste criticità molto prima dei blitz dei carabinieri.

La ricerca dell’eccellenza senza curare i “fondamentali”

Mentre la Regione investe milioni di euro in tecnologie diagnostiche e hub di eccellenza, il sistema fallisce nel garantire lo standard minimo di sicurezza alimentare per l’82% delle strutture monitorati in questa operazione di controllo.

Il risparmio ottenuto sugli appalti, tradotto in un potenziale aumento delle infezioni. Un costo sociale ed economico per il sistema sanitario infinitamente superiore al risparmio generato dal massimo ribasso d’asta.


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