Il clan Zagaria è un brand criminale: la camorra “oltre l’impresa”
Nelle 600 pagine dell'ultima ordinanza di custodia cautelare le nuove strategie della camorra casertana
il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri partecipa alla conferenza stampa convocata per illustrare l'indagine che ha portato all'arresto dei vertici del clan dei Casalesi tra i quali i fratelli di Michele Zagaria, Carmine e Antonio, e del nipote Filippo Capaldo
Il clan Zagaria è un brand criminale
Il tema della “camorra impresa” è un paradigma consolidato, quasi un riflesso condizionato nelle analisi giudiziarie e mediatiche quando si parla del clan dei Casalesi. In particolare della fazione Zagaria, storicamente la più “imprenditoriale”. Ma oggi non è più solo una questione di pizzo o di controllo del territorio con il piombo.
L’ultima inchiesta sul clan Zagaria
L’ultima inchiesta della Dda di Napoli, che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Fabio Provvisier contro 44 indagati, restituisce l’immagine di una holding criminale capace di muovere decine di milioni di euro tra Tenerife e Dubai, pur mantenendo un controllo asfissiante sulla quotidianità del Casertano.
Il procuratore Nicola Gratteri – al suo fianco il procuratore aggiunto Michele Del Prete e il comandante dei Carabinieri di Caserta Manuel Scarso – è chiaro: “La camorra si è fatta impresa”. Leggendo le oltre 600 pagine dell’ordinanza, poi, emerge uno spaccato ancora più complesso: un’organizzazione che ha sistematizzato il proprio “welfare interno” e ha trasformato il marchio Zagaria quasi in un brand “criminale”.
Un aspetto interessante, proprio l’uso del nome come capitale immateriale. In molti passaggi – specie nel settore delle slot machine e della gestione rifiuti -, non c’è bisogno di violenza esplicita. Evidente, una sorta di “franchising della minaccia”. Soggetti come Carlo Bianco o i parenti stretti di Michele Zagaria non devono minacciare. La loro sola presenza “vende” un servizio (le slot, la raccolta rifiuti, il calcestruzzo).
L’indagine evidenzia come la camorra sia diventata un’agenzia di “servizi imposti” dove il cliente – l’imprenditore taglieggiato – a volte, diventa complice per convenienza, cercando la protezione del brand per sbaragliare la concorrenza pulita.
Carlo Bianco, dal 2015 reggente della camorra casertana
Al centro della struttura operativa, Carlo Bianco. Non un nome nuovo per gli inquirenti. Già nel 2015, Bianco emergeva come il reggente della fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Undici anni dopo, in un ruolo ancora più sofisticato. Bianco è l’uomo che cuce i rapporti tra le direttive che arrivano dal carcere e il mondo degli affari.
È lui il protagonista del filone che tocca la politica regionale. Secondo l’accusa, Bianco avrebbe fatto da tramite per favorire l’infiltrazione della società Isvec srl nei servizi di igiene urbana (un’azienda fino a poco tempo fa a capo della raccolta rifiuti dello stesso capoluogo di Caserta).
In questo contesto, il nome di Giovanni Zannini, consigliere regionale (un tempo nel centrosinistra, attualmente nelle file degli azzurri) più volte indagato per altre vicende, è citato come il possibile collegamento per inserire l’azienda nei canali della gestione dei rifiuti. Un esempio plastico di come il clan non cerchi più lo scontro con le istituzioni, ma preferisca l’infiltrazione silenziosa nei gangli amministrativi.
I soldi del clan viaggiano all’estero
Mentre sul territorio si controllano i bar e gli esercizi commerciali, i profitti viaggiano all’estero. Investimenti milionari che superano i confini nazionali. Tra i beni monitorati, un lounge bar a Tenerife, nelle Canarie, oltre a interessi immobiliari a Dubai. Non solo “lavatrici” per il denaro sporco, ma la prova di una visione globale: il clan Zagaria ha imparato che il lusso internazionale offre schermi più difficili da penetrare per la magistratura italiana.
Uno degli aspetti originali dell’ordinanza, la gestione della “cassa”. Quello che storicamente era l’aiuto ai detenuti è diventato un procedura burocratica sistematizzata. Esiste un elenco di affiliati che ricevono “stipendi” regolari per garantire il silenzio. Ma la cassa non ammette perdite. E un episodio simbolo della crudeltà economica del clan è quello della addetta alla macelleria di un market riconducibile ai Casalesi. La donna aveva vinto una causa di lavoro ottenendo un risarcimento di 130mila euro. Per il clan, quei soldi erano “proprietà privata” della famiglia. La donna è stata costretta sotto minaccia a restituire l’intera somma. Un’altra prova che per il clan dei Casalesi la legge dello Stato non ha alcun valore di fronte alla supremazia del capitale criminale.
Il patto con la ‘ndrangheta
Il patto con la ‘ndrangheta, poi, segnala che il traffico di droga si è evoluto. Non più semplici piazze di spaccio autonome, ma una vera e propria rete logistica studiata nei minimi dettagli. Nell’indagine, contatti e “tavoli tecnici” con gli esponenti della ‘ndrina Bellocco della mafia calabrese, quella al centro pure dell’inchiesta “Doppia curva” di Milano.
Obiettivo, ottimizzare i flussi di cocaina e hashish. Tra Napoli e Caserta la droga non viene solo venduta, ma gestita con criteri da distribuzione industriale, minimizzando i rischi e massimizzando le consegne grazie alla mutua assistenza tra cartelli diversi.
L’operazione, che ha visto impegnati centinaia di carabinieri e agenti della Dia, ha colpito 44 persone tra arresti in carcere e ai domiciliari. I segmenti di intervento del clan, molteplici. Nel settore gaming, l’imposizione di slot machine della società Seven Slot attraverso il potere intimidatorio del “nome Bianco”. Nel settore caseario, la gestione occulta di caseifici storici per riciclare proventi illeciti. Nel campo delle estorsioni, il clan continua a imporre la propria “tassa” persino sulla compravendita di fondi rustici.
Dall’inchiesta, un nuovo spartiacque. Se la “camorra-impresa” è una realtà nota, la “camorra-manageriale” degli Zagaria – capace di combinare il welfare interno, l’investimento a Dubai e il pressing sui consiglieri regionali – una sfida sempre più difficile per lo Stato. La lotta non è più solo contro i kalashnikov ma contro un sistema di prestanome, consulenti e politici compiacenti. La camorra che punta a sopravvivere alla sua fama, trasformando un’eredità di sangue in un potere burocratico e silenzioso.
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