Laureati in coda per il posto fisso
Il paradosso raggiunge vette cinematografiche quando vedi un ingegnere aerospaziale studiare a memoria il Dpr 445/2000 o il Codice degli Appalti....
I candidati per un maxi-concorso arrivano alla fiera di Roma
Laureati in coda per il posto fisso. Dimenticate Katniss Everdeen e le foreste distopiche. In Italia, l’arena della sopravvivenza non ha gli archi o le frecce di Hunger Games, ma penne biro a scatto e codici amministrativi pesanti come incudini. Il concorso pubblico non è più una procedura di selezione. E’ una religione laica, un pellegrinaggio di massa dove la laurea magistrale — sudato feticcio di notti insonni — finisce per servire come elegante tovaglietta per il panino con la mortadella consumato sui gradini della Fiera di Roma o di un palazzetto dello sport di provincia.
I numeri del delirio
Non è sarcasmo, è aritmetica del dolore: sono migliaia i laureati in coda per il posto fisso. I dati sono “monstre”: per i maxi-concorsi Inps o Agenzia delle Entrate, abbiamo visto eserciti di 150mila candidati contendersi manipoli di posti. Secondo il Rapporto AlmaLaurea, oltre un terzo dei laureati italiani vive nel “mismatch”. Ovvero, hai studiato la fusione a freddo o il diritto internazionale per poi finire a protocollare delibere sulle distanze dei cassonetti. È l’iper-qualificazione che diventa zavorra. Abbiamo la Pa più istruita della storia — oltre il 50% dei dipendenti è laureato — eppure l’età media orbita ancora intorno ai 50 anni. Non stiamo assumendo giovani talenti; stiamo accogliendo “sopravvissuti” che arrivano al ruolo sognato dopo anni di precariato, con la grinta di chi ha finalmente raggiunto un bunker antiatomico.
L’esorcismo del Diritto amministrativo
Il paradosso raggiunge vette cinematografiche quando vedi un ingegnere aerospaziale studiare a memoria il Dpr 445/2000 o il Codice degli Appalti. È un lavaggio del cervello collettivo dove il sapere specialistico viene sacrificato sull’altare della “cultura generale burocratica”. Perché in Italia non conta quanto sei bravo a fare una cosa, ma quanto sei bravo a dimostrare di sapere come lo Stato dice che andrebbe fatta.
Il rischio del “vincitore fantasma”
E se vinci? Non cantare vittoria. Entra in gioco il Tar, il deus ex machina dei ricorsi. In Italia, ogni bando ha una data di scadenza e una di “impugnazione”. Potresti ritrovarti a timbrare cartellini per due anni, per poi sentirti dire che la domanda n. 42 sui fusi orari era formulata male e che la tua graduatoria è stata polverizzata. È la “certezza dell’incertezza”, un limbo giuridico che trasforma il contratto a tempo indeterminato in una puntata di Lost.
La fuga o il fortino?
Mentre l’Ocse calcola miliardi di euro di Pil persi nella fuga dei cervelli, chi resta si barrica nel fortino del “posto sicuro”. Il concorso pubblico è diventato l’unico ascensore sociale rimasto, ma è un ascensore che cigola, si ferma tra i piani e spesso torna al piano terra senza motivo. Usiamo Ferrari per arare i campi e poi ci stupiamo se il raccolto è scarso. Ma almeno la Ferrari ha il posto fisso e la quattordicesima.
Insomma, conviene di più studiare per un Master a Cambridge o imparare a memoria il manuale Simone per l’ennesimo concorso da istruttore amministrativo?
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