Perdite da milioni solo per il flop Mondiali ma a rischio è tutto il comparto del calcio italiano. Il nodo del soft power
È arrivato il momento di fare i conti con la Nazionale. E con la Federazione. Il calcio non è solo (o meglio, non è più…) uno sport ma un comparto economico e industriale che, per un Paese come l’Italia, vale 12,4 miliardi di euro, 141mila posti di lavoro, ricavi diretti intorno ai sette miliardi di euro, un gettito fiscale che, negli ultimi 17 anni, avrebbe sfiorato quasi venti miliardi di euro. Dati snocciolati, con orgoglio, proprio dalla Figc qualche mese fa. C’è poi tutta la questione stadi: varrebbe, complessivamente, 5,1 miliardi di euro a fronte di 35 progetti avviati. Siamo (anche qui…) in coda a tutti: in Europa sono stati inaugurati 226 impianti, da noi solo sei, di cui soltanto l’8% di proprietà privata. Siamo ancora legati a una visione antica, di quando il calcio era uno sport, gli stadi li costruivano (al tempo del fascismo e fino agli anni ’80) al centro delle città per agevolare la partecipazione popolare ed erano di proprietà solitamente comunale. Poi ci fu il trionfo di Italia ’90: stadi nuovi (fatti) e cittadelle dello sport in ogni angolo del Paese lasciate lì a marcire.
I conti della Nazionale (e della Federazione)
Questo lo scenario. Ora il caso mondiali. L’incidente di Zelica comporta, come sempre accade, un danno emergente e un lucro cessante. Il danno emergente è già salato di per sé. La Figc avrebbe incamerato, solo strappando il pass alla fase finale della rassegna iridata, dieci milioni e mezzo di dollari, pari a poco più di 9 milioni di euro. Con cui avrebbe colmato, ampiamente, le perdite previste a bilancio (come riporta Calcio e Finanza) pari a 6,6 milioni di euro. Soldi che potevano solo aumentare: se gli azzurri di Ringhio Gattuso fossero riusciti ad superare ogni fase del torneo e magari addirittura a vincerlo (siamo nel periodo ipotetico dell’irrealtà), Gravina avrebbe potuto portare a via Allegri un tesoro da 50 milioni. Senza contare gli sponsor. Che adesso, senza mondiali, potrebbero pure (e lo faranno, statene pur certi) di attivare le clausole “malus” dei loro contratti. Una perdita, in tal senso, già stimata in 9,5 milioni di euro. Ricordiamoci, a proposito del presunto mancato aiuto della politica, che tante aziende sponsor sono Partecipate di Stato. Da Poste a Eni e fino a Tim.
Le aziende di Stato, la Rai già piange
Ma a pagare più di tutte sarà un’altra azienda di Stato e cioè la Rai. Che s’è svenata per acquisire i diritti dei mondiali e già trema all’idea di finire surclassata negli ascolti (senza Italia) dall’ennesima edizione di Temptations Island. Una botta, in tal senso, l’avrà pure Dazn. Questo il danno emergente. Ma i conti alla Nazionale continuano col lucro cessante. Cosa perdiamo con l’ennesima bocciatura mondiale? Già da settimane, il dibattito s’è innescato. Confcommercio non ha tutti i torti a dire, dati alla mano, che un impatto diretto (e negativo) sul Pil italiano non potrebbe essere scatenato dalla sola figuraccia di Zelica. Ma, è indubbio, il calcio italiano perde prestigio. E perderà appeal internazionale. Altro che portare Milan e Como a Perth: non basterà nemmeno trasferire l’intera Serie A all’estero, farne un circo itinerante, per coprire i buchi che, inevitabilmente, dai mercati esteri arriverà ai conti dei club. Perché un arabo dovrebbe farsi un abbonamento alla Serie A quando c’è la rutilantissima Premier da seguire e a cui appassionarsi? C’è un ulteriore tassello da considerare. Si sarebbe andati in America, Canada e Messico.
A Usa ’94 Baggio sbagliò il rigore ma l’expo italiano fece gol in America
Ecco, quando accadde l’ultima volta, nel 1994, l’economia italiana registrò esportazioni record verso gli Stati Uniti. Certo, c’era l’amata e indimenticabile liretta. Epperò, quell’anno, l’avanzo italiano rispetto agli Stati Uniti crebbe di ben 3mila miliardi rispetto all’anno precedente attestandosi sugli 11.173 miliardi. A fronte di un attivo globale, nella bilancia dei pagamenti esteri, pari a poco più di 24mila miliardi. Ritrovare i tanti italoamericani, soprattutto in un’epoca di dazi e minacce geo-economiche, avrebbe regalato all’Italia, e al suo soft power, una boccata d’ossigeno importante. Ma ciò, che non è evidentemente quantificabile in termini numerici, non accadrà. Ecco, è ora di fare i conti con questa Nazionale. Anzi, con questa Federazione. E metterci la faccia. Perché il calcio non è solo (o non è più?) uno sport.