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Attualità

Carlo Petrini trasformò il cibo in politica globale

Precursore delle grandi questioni della Terra, guardato con diffidenza dalla sinistra italiana "ufficiale"

di Dave Hill Cirio -

La camera ardente del presidente di Slow Food Carlo Petrini presso la Sala Rossa Agenzia di Pollenzo


Molto prima che termini come “sostenibilità” diventassero i pilastri delle agende internazionali, un giornalista di Bra aveva già compreso che il destino del pianeta sarebbe passato per il piatto e attraverso il cibo: Carlo Petrini, per tutti “Carlin”, non è stato semplicemente il fondatore di un’associazione gastronomica. Fu il catalizzatore di un cambio di paradigma: la trasformazione dell’atto alimentare da fatto privato a gesto politico e sociale.

Oltre il romanticismo: il cibo come sistema complesso

Già ieri la narrazione comune indugiava sul romanticismo della sua “scelta di vita”. I fatti raccontano una storia molto più pragmatica e al contempo visionaria. Nel 1986, con la nascita di Arcigola (poi Slow Food), Petrini non cercava un ritorno idilliaco al passato, ma reagiva all’omologazione industriale delle culture alimentari. La sua intuizione, quella di assegnare al cibo una valenza politica, arrivando a fondare nel 2004 l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. La prima al mondo, grazie a Petrini, a studiare il cibo attraverso lenti storiche, socio-economiche e ambientali.

Un approccio che ha anticipato di decenni le attuali preoccupazioni globali. Il concetto di “Buono, Pulito e Giusto” — pilastro della sua filosofia — non è uno slogan estetico, ma un modello di sviluppo. Un prodotto deve essere organoletticamente valido (buono), rispettoso dell’ambiente (pulito) e garantire diritti e dignità ai lavoratori (giusto).

Carlo Petrini, precursore delle grandi questioni della Terra

Il lavoro di Petrini ha toccato punti nevralgici oggi al centro del dibattito mondiale. Attraverso progetti come l’Arca del Gusto e i Presìdi Slow Food, ha lottato per salvare specie vegetali e animali dall’estinzione commerciale, molto prima che l’Onu lanciasse allarmi globali sulla perdita di biodiversità. Con l’ideazione di Terra Madre nel 2004, ha creato una rete mondiale di “comunità del cibo” (contadini, pescatori, artigiani) presente in oltre 160 Paesi, opponendo alla globalizzazione dell’omologazione quella delle differenze e della resilienza locale. La collaborazione con Papa Francesco, culminata nei dialoghi sull’ecologia integrale e la cura della “casa comune”, dimostra come la sua visione abbia superato i confini della gastronomia per abbracciare una conversione ecologica universale.

La diffidenza della sinistra ” ufficiale”

Un aneddoto celebre della sua vita riguarda la fondazione di Slow Food nel 1986, nata idealmente come risposta alla costruzione di un McDonald’s a Piazza di Spagna a Roma. Non fu una protesta violenta, ma una “resistenza a colpi di penne al pomodoro”, per ricordare che il diritto al piacere e alla lentezza era (ed è) un atto di libertà contro il “fast life”. Un percorso non privo di ostacoli, specialmente da parte della sinistra politica italiana, l’area a lui culturalmente più vicina.

Per lungo tempo, si è guardato con diffidenza all’enfasi di Petrini sul “piacere” e sulla “gastronomia”, ritenendoli temi frivoli, borghesi o elitari rispetto alla dura lotta di classe o alle questioni economiche strutturali. Petrini dovette lottare duramente per dimostrare che i diritti dei contadini, la qualità del cibo per le classi popolari e la tutela del suolo fossero le vere questioni sociali del futuro.

Un’eredità per il futuro

Oggi, il riconoscimento di Petrini è unanime: nominato “Champion of the Earth” dalle Nazioni Unite nel 2013 e Ambasciatore Speciale Fao nel 2016, era stato incluso dal Guardian tra le “50 persone che potrebbero salvare il mondo”. La sua lezione è chiara: la transizione ecologica non è solo un obbligo normativo, ma una via per la felicità e la riconnessione con la terra (e la Terra).


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