Intelligenza artificiale e pigrizia mentale umana
L’intelligenza artificiale stimola il nostro acume oppure impigrisce i neuroni (tipo la calcolatrice per le operazioni)? In un certo senso è questa la domanda che si pone lo studio globale di Anthropic (che di Ia ne capisce eccome): da una parte c’è la vicenda dell’avvocato indiano che, grazie ai chatbot, ha scoperto di poter leggere Shakespeare e affrontare la trigonometria senza sentirsi “stupido”; dall’altra lo studente sudcoreano che ha collezionato voti eccellenti senza imparare nulla. Due storie che sembrano opposte, ma che in realtà hanno la stessa “morale”: l’Ia amplifica ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. La ricerca, con oltre ottantamila interviste in 159 Paesi, suggerisce che l’intelligenza artificiale non è una bacchetta magica né una minaccia inevitabile. È uno strumento che può “democratizzare” l’accesso al sapere (con tutte le avvertenze del caso: anche il bombardamento di notizie sullo smartphone può illudere di essere super informati, e magari non si hanno gli strumenti per riconoscere le fake news). È utile soprattutto dove insegnanti e risorse scarseggiano, permettendo a milioni di persone di studiare, lavorare meglio e persino ritagliarsi tempo per la famiglia. In molte testimonianze emerge che facendo meno fatica mentale per le incombenze ripetitive, si ricava più spazio per l’uso “ricreativo” del cervello. Ma attenzione, proprio qui si nasconde il rischio. Quando l’Ia diventa scorciatoia, il pensiero si assottiglia. Gli insegnanti parlano di “atrofia cognitiva”, gli studenti ammettono di memorizzare senza comprendere (un po’ come facevano i secchioni “analogici”), i professionisti temono di perdere autonomia. È il paradosso del nostro tempo: chiediamo all’Ia di liberarci dal lavoro mentale e allo stesso tempo temiamo di non essere più in grado di pensare da soli. Siamo dunque al punto di partenza (quello del salto tecnologico, per capirci): nessuno strumento è buono o cattivo in sé, la differenza la fa il suo utilizzo. L’avvocato indiano non ha delegato il pensiero alla macchina, l’ha usata per superare le proprie difficoltà. Lo studente sudcoreano, invece, ha trasformato l’Ia in un supporto continuativo (e nocivo). Tra questi due estremi si gioca il futuro della nostra intelligenza. Alla fine, non è la tecnologia che atrofizza la mente, lo fa l’abitudine a non usarla. Lo stesso vale con l’Ia. Meditate, gente.
Leggi anche: Che guaio, Anthropic: il codice sorgente di Claude è online
Torna alle notizie in home