Giuseppi è in fiore, aspettando Godot
C’è qualcosa di comico in Giuseppe Conte quando si prende la scena come fosse primavera. Non importa quanti governi abbia attraversato o quante metamorfosi abbia praticato, Giuseppi rifiorisce sempre.
Ora parla di popolo e primarie, viene da sorridere. Il suo rapporto con la democrazia somiglia a quello di certi nobili con il suffragio universale, va bene, purché alla fine si confermi il sovrano. Dopo aver archiviato Grillo si scopre devoto ai gazebo.
Prima si sfratta il padre, poi si invoca il popolo è la grammatica del potere. Adesso nel mirino c’è Elly Schlein, offrendo l’idea di accompagnarla verso l’irrilevanza. Ma il problema è anche del PD, che usa i segretari e poi li scarica con un cinismo più da condominio che da classe dirigente. Elly era funzionale, adesso i capetti tornano alla congiura educata. Schlein non si è aiutata, circondandosi di navigatori del potere. Gente che conosce i corridoi, ma ha smarrito i fondamentali della sinistra, lavoro, salari, conflitto sociale, sicurezza dei più fragili, periferie.
Quando la politica si riduce a intrigo, degrada in pettegolezzo travestito da analisi e smette di produrre visione e proposta. Il resto è voyeurismo da politicanti. Il caso è istruttivo, sintomo di un sistema che prospera sulle crisi altrui e ha smarrito l’idea di progetto. Non siamo più davanti a un cognome, ma a una categoria. Si presenta con indole notarile e agisce come se il mondo fosse una piccola corte.
Dal qualunquismo della fase chi viviamo è nato il riflesso neo-giustizialista, la legalità ridotta al solo volto sacrale della toga, mentre la fatica quotidiana delle Autorità di pubblica sicurezza e delle forze di polizia resta sullo sfondo. È il vizio di chi scambia la giustizia per giustizialismo e lo Stato per una graduatoria morale. Il punto non è il nome, ma l’aria nuova che non entra. Non manca il nome, manca l’aria, e se poi difetta il progetto, la politica degrada in teatro.
Quando Parlamento e partiti appaiono esausti, si cerca ossigeno fuori, perché lì dentro si sono consumati da soli. Non serve il salvatore di complemento, servirebbe aria fresca. Il campo largo somiglia a un interminabile atto unico, tutti in scena, nessun regista, molti suggeritori. Ma, se privo di visione e programma, resta soltanto la messinscena. Beckett in seduta permanente, aspettando Godot. Così Giuseppi fiorisce sulle crisi altrui, prima il fondatore, poi l’alleata, domani forse chi oggi si presta inseguendo ambizioni più alte. Più che coltivare un campo, dirada la concorrenza.
E quando si presenta come la primavera, conviene osservare il paesaggio. Perché, prima che lui fiorisca, qualcuno è già stato reciso.
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