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Economia

Futuro a carbone

Pichetto tumula decenni di ideologia: "Se il gas arriva a 70 euro, si riparte". I numeri di Confindustria: quanto ci costa la crisi di Hormuz

di Cristiana Flaminio -


Il futuro a carbone. È la legge del contrappasso, bellezza. E tu, che per trent’anni e passa ti sei opposto al nucleare e hai detto no a ogni possibile alternativa concreta per l’energia, non puoi farci proprio niente. Ecco, non sarà certo Humphrey Bogart – e non s’offenderà di certo perché è uomo di spirito e di mondo – ma Gilberto Pichetto Fratin deve aver pensato esattamente a quella scena, tra le più iconiche del cinema di tutti i tempi. Se il prezzo del gas dovesse toccare i 70 euro al megawattora, ha affermato il ministro all’Ambiente e Sicurezza Energetica, il governo inizierà a dare ordine di riavviare le vecchie, inquinanti e puzzolenti centrali a carbone. E, a quel punto, si passerebbe da Bogart a Dante Alighieri con, avverata, la più classica delle leggi del contrappasso. Almeno per gli ambientalisti ideologici. Tre referendum e tre decenni passati a inculcare terrore e miopia. Adesso se ne paga lo scotto.

Futuro a carbone?

All’evento milanese de Il Santo Graal dell’Energia, il titolare del Mase ha fissato il “punto di caduta”. Ma, detto sottovoce, s’è inventato poco. Già, perché il primo a salvare dalla serrata, e dallo smantellamento, le centrali a carbone fu Mario Draghi. Era appena esploso il conflitto in Ucraina e la scelta fu, sebbene a malincuore, condivisa come extrema ratio da un po’ tutto l’arco costituzionale che lo sosteneva. Oggi, per forza di cose, alimenta polemiche e contrapposizioni. Sull’atomo, l’Italia ha solo tempo da recuperare: “Ci auguriamo che lo Stretto di Hormuz venga riaperto ma è difficile prevedere cosa succederà”. Fatta questa premessa,

Il punto della situazione

Pichetto ha fatto il check della situazione. “La posizione dell’Italia resta allineata alla valutazione dell’Ue, che ad oggi esclude l’utilizzo del gas russo”. E poi: “Sulle rinnovabili siamo al passo con la programmazione: stiamo mantenendo il ritmo, ma è un percorso che dobbiamo continuare”. Infine il punto dolente: “Sul nucleare dobbiamo dare un quadro giuridico per accompagnare le sperimentazioni in atto, a partire dai piccoli reattori. Auspico l’approvazione di una legge entro l’estate sul nucleare e, successivamente, l’adozione dei relativi decreti attuativi”. Campa cavallo. Ma non per colpa sua, che pure ce la mette tutta.

L’allarme di Confindustria

L’ipotesi di un ritorno al carbone ha galvanizzato Calenda, tutto pur di non cedere a Mosca. O, almeno, più di non cedere (ufficialmente) più di quanto si stia già cedendo (in termini economici) alle società energetiche russe. I medici Sima hanno chiesto di valutare bene l’eventuale riapertura perché ci sono prove scientifiche che le centrali a carbone inquinano e le loro emissioni, quelle sì, fanno male a tutti. Ma la situazione economica del Paese è, mai come adesso, appesa a un filo. Non siamo più sull’uscio, non siamo più di fronte a una disgrazia. Ci siamo pienamente dentro. Almeno secondo Confindustria che snocciola numeri e dati. Se la guerra finisse ora, la crisi energetica ci sarà costata “solo” sette miliardi. Se dovesse proseguire, ed è questo uno scenario che non si può escludere, saremmo a un salasso da 21 miliardi. “In questo caso si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3% di incidenza dell’energia sui costi delle aziende ndr), non sostenibili per le nostre imprese”.

I danni collaterali

Una situazione che non va mica considerata da sola. C’è l’euro forte che azzoppa la concorrenza e costringe i Paesi Ue a pagare di più per una materia prima “prezzata” con una valuta più debole. C’è il gran terrore della Bce che potrebbe alzare i tassi, paura che i mercati hanno già tradotto facendo fibrillare gli spread di tutto il Continente. A detrimento, va da sé, dell’affidabilità e della fiducia degli investitori. Ecco, verrebbe giù tutto. Insieme ai 21 miliardi si pagherebbe il prezzo di una politica energetica che, per decenni, è stata semplicemente delegata ad altri. Che non è mai entrata, sul serio, nel dibattito pubblico. E quando s’è provato a mettere il tema sul tavolo è finita a slogan, con i cortei in piazza. La prosecuzione della (polemica) politica con altri mezzucci. Oggi ne paghiamo il prezzo. A cui aggiungere quello che s’è dovuto affrontare a monte con delle politiche comunitarie non perfettamente lungimiranti. La dottrina Merkel, gas dalla Russia, difesa dagli Usa e produzione delocalizzata in Cina, è superata, finita, kaputt. Non c’è un (vero) piano B che vada oltre una pletora di regolamenti astrusi, vere e proprie gabbie di carta. È la legge del contrappasso, bellezza. Il futuro che sognavano green sarà a carbone. Poveri (tutti) noi.


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