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Editoriale

Nella crisi di Hormuz la Cina esce vincitrice

di Adolfo Spezzaferro -


Ci sorge un dubbio, analizzando la crisi iraniana: e se il vero vincitore fosse Pechino? L’idea suona paradossale: la Cina dipende in parte dal petrolio che passa dallo stretto di Hormuz – che abbiamo visto aprirsi e chiudersi a piacimento di Teheran – e intrattiene rapporti solidi con un Iran sotto attacco perenne. Eppure, mentre il fragore delle armi domina la scena, Xi Jinping sembra muoversi su un piano diverso, meno visibile ma non meno decisivo. Il primo terreno su cui la Cina guadagna è quello dell’immagine. In un contesto in cui il presidente Usa Donald Trump alterna dichiarazioni aggressive a improvvise aperture, mettendo in difficoltà alleati e avversari, Pechino coltiva con pazienza la reputazione di attore stabile. È una narrativa che attecchisce soprattutto nel cosiddetto Sud globale, dove affidabilità e continuità pesano più delle prese di posizione spettacolari. Siamo al paradosso – Xi arriva persino a richiamare Washington al rispetto del diritto internazionale. Un ribaltamento totale, considerando le tensioni nel mar Cinese meridionale, ma vincente sul fronte della propaganda – nella diplomazia contemporanea conta spesso più la coerenza percepita che quella reale. Sul piano operativo, la Cina ha scelto una strategia di basso profilo ma ad alta intensità relazionale. Dialoga con Mosca, accoglie leader europei, riceve emissari del Golfo. La visita del principe ereditario di Abu Dhabi, in questo senso, è un segnale forte: anche chi è stato colpito indirettamente dall’Iran non rinuncia al canale cinese. Pechino si accredita così come interlocutore universale, capace di parlare con tutti. C’è poi il fattore tempo. Il vertice di maggio tra Stati Uniti e Cina incombe, e la gestione della crisi iraniana ne sarà inevitabilmente influenzata. Pechino ha tutto l’interesse a evitare escalation dirette con Washington, mantenendo aperto lo spazio negoziale. Anche le rivelazioni su presunti aiuti tecnologici all’Iran non hanno, finora, incrinato questo equilibrio. In definitiva, la Cina (ancora) non controlla gli eventi, ma li assorbe e li rielabora a proprio vantaggio. In un mondo sempre più instabile, la capacità di apparire come l’adulto della situazione diventa un capitale politico. E, paradossalmente, a rafforzare questa immagine contribuisce proprio l’imprevedibilità di Trump. Un regalo inatteso, forse, ma che di certo Xi Jinping non intende sprecare.


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