Il Grande Gioco degli Stretti: Logistica e Paradosso Green
di Giovanni Battista Raggi
Nel panorama della governance globale, la “crisi” è ormai una condizione strutturale, un rumore di fondo che accompagna ogni decisione strategica. Come professionisti chiamati a guidare organizzazioni complesse e tracciare rotte di sostenibilità, dobbiamo riconoscere che il baricentro del rischio si è spostato dai bilanci alle mappe. Oggi, il destino delle aziende europee si decide lungo le increspature dei “choke points”: lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso. È qui che si gioca la partita della nostra identità economica e sovranità industriale, tra le banchine di Shanghai e i terminal di Gioia Tauro.
Per decenni, il modello Just-in-Time ha presupposto un mondo senza attriti. Tuttavia, come insegna Lao Tzu nel Tao Te Ching: “Nulla al mondo è più molle e debole dell’acqua, ma per intaccare ciò che è duro e forte, nulla la supera”. Oggi, quell’acqua è il terreno di uno scontro che trasforma i colli di bottiglia marittimi in leve di pressione globale. I dati della Suez Canal Authority indicano che i transiti rimangono significativamente sotto i livelli pre-crisi: a inizio 2026 erano circa 60% inferiori rispetto al 2023, con segnali di lieve ripresa ma ancora tensioni persistenti.
La circumnavigazione dell’Africa aggiunge mediamente 12-15 giorni di navigazione alle tratte Asia-Europa. Secondo l’ultimo World Container Index di Drewry (aprile 2026), il costo per un container da 40 piedi sulla rotta Shanghai-Genova si attesta intorno ai 3.500 dollari, dopo picchi storici oltre i 5.000 dollari nel 2024 e oscillazioni tra 3.000 e 3.900 dollari nel 2026 dovute alle tensioni nel Mar Rosso. Quando la domanda supera l’offerta per incertezza bellica, i noli esplodono, erodendo i margini della nostra manifattura. L’impresa italiana, eccellente nella produzione ma dipendente da catene fragili, è stretta in una morsa: non è più solo rincaro, è continuità operativa a rischio.
In questo scenario, i giganti globali delineano nuove dottrine. La Cina, fedele a Sun Tzu secondo cui “la miglior vittoria è vincere senza combattere”, gioca sul lungo periodo: tra il 2000 e il 2025 ha finanziato o investito in 168 porti in oltre 90 paesi attraverso la Belt and Road Initiative, costruendo una “ridondanza” commerciale. Se il mare è tempestoso, Pechino accelera sui corridoi ferroviari. Gli Stati Uniti rispondono con la forza navale e il friendshoring: attraverso il progetto IMEC (India-Middle East-Europe Corridor), cercano un asse alternativo che scavalchi i punti di frizione controllati dagli avversari, anche se il progetto resta in fase di sviluppo con alcune pause operative.
Qui emerge il paradosso più stridente: il corto circuito tra Green Deal e realtà. Da un lato, il sistema EU ETS impone costi crescenti — con il carbonio che nel 2026 ha oscillato tra circa 70 e 92 euro per tonnellata, arrivando a 71,66 euro il 7 aprile — esteso ora al marittimo con piena compliance dal 1 gennaio 2026 (100% su intra-UE, 50% su extra-UE). Dall’altro, la necessità di evitare conflitti allunga le rotte, aumentando le emissioni di CO2. È l’ironia tragica di un sistema che tassa le emissioni mentre la geopolitica ne impone l’aumento. Le aziende europee pagano per carburante, noli, inflazione logistica e quote ETS, con impatti cumulativi variabili per settore.
“Colui che conosce il nemico e conosce se stesso, non sarà mai in pericolo”, scriveva Sun Tzu. Il nostro “nemico” è la vulnerabilità strategica. La soluzione impone il passaggio dal Just-in-Time al Just-in-Case, aumentando le scorte e investendo nell’Intelligenza Artificiale per la gestione predittiva dei flussi. Dobbiamo avere il coraggio di una nuova sovranità produttiva: il nearshoring non è un ripiego, ma realismo. Il Mediterraneo deve tornare centro di gravità, e la tecnologia verde — dai motori a metanolo alla propulsione velica — deve diventare strumento di indipendenza energetica, non solo un fardello normativo.
La crisi di Hormuz ci pone di fronte a uno specchio: la sostenibilità non è compliance burocratica, ma capacità di sopravvivere ai propri limiti. Confucio diceva: “L’uomo che sposta una montagna comincia portando via i sassi più piccoli”. Iniziamo a rimuovere i sassi della dipendenza e dell’incoerenza strategica. Solo così l’identità produttiva del nostro continente rimarrà salda in un mondo che ha riscoperto la durezza dei confini e la fragilità dei mari.
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