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Guerra, quanto ci costi: tra gas e cavi il conto è salato

Ma adesso a Hormuz trema pure Big Tech: ecco cosa può succedere

di Maria Graziosi -


Non c’è peggior sordo di chi, come l’Ue, non vuol sentire: c’è una guerra e manca il gas. Ma a nascondere la testa nelle sabbie mobili della burocrazia non si risolvono mica i problemi. Che, anzi, rimangono lì. A bella posta, in miglior vista ancora. L’Aie, l’agenzia internazionale dell’energia, ha pubblicato un report che avrebbe dovuto, almeno in teoria, smuovere un po’ le coscienze dei grigi eurocrati in trasferta a Cipro. Stando al rapporto, che si occupa del gas, la produzione di gnl, da qui al 2030, ha già perso e continuerà a perdere, un volume pari a 120 miliardi di metri cubi.

Guerra il conto del gas è salato

Una mazzata, per le forniture, che ha una causa ben precisa: Hormuz. Tra guerre e collegamenti a rilento, secondo le stime Aie, nel prossimo quadriennio si perderà in termini di produzione l’equivalente del 15% delle quantità di gas vendute ogni anno, pari all’intero fabbisogno europeo di gnl per un trimestre (invernale, ça va sans dire). I guai, chiaramente, si ripercuoteranno sui prezzi. Per l’Aie, inoltre, per ovviare alle (gravi) conseguenze dei danni alle infrastrutture, specialmente quelle del Qatar, richiederanno almeno due anni di lavori e programmazione. Insomma, le previsioni Aie sul gas riferiscono che il mercato del gnl resterà “in tensione” per tutto il 2026 e per l’anno seguente, il 2027. A patto, si capisce, che la guerra tra Usa, Israele e Iran terminasse ora.

I cavi fanno tremare Big Tech

Guerra, non solo gas. C’è, però, un altro (e negletto) fronte che potrebbe scatenare conseguenze pesanti tra Medio Oriente, Asia e Stati Uniti. Tra le minacce che sarebbero giunte ai Paesi del Golfo, e dunque agli Stati Uniti, ci sarebbe la paura per azioni (ancora una volta a Hormuz) che potrebbero prendere di mira le infrastrutture sottomarine digitali. La guerra dei cavi potrebbe mettere in ginocchio le (grandi) infrastrutture digitali della penisola arabica e mettere a repentaglio la sopravvivenza degli investimenti ciclopici che Big Tech sta portando a termine nell’area. Va da sé che il danno sarebbe, prima di tutto, all’America. Se Amazon e le altre major digitali hanno investito forte nel Golfo è (anche) perché le petromonarchie dell’area si sono esposte, e in maniera decisa, sui temi dell’intelligenza artificiale e del procacciamento di chip (e terre rare). Un cane che si morde la coda. Potenzialmente un’altra possibile minaccia che Teheran potrebbe agitare nei confronti di Trump e dell’America.


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