L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

Musica antica e sacra: la voce di Patrizia Iervolino

di Cinzia Rolli -


Patrizia Iervolino, formatasi presso il prestigioso Conservatorio Santa Cecilia di Roma, è autrice di studi specialistici sulla tecnica vocale, tra cui spiccano le ricerche sul vibrato nella vocalità barocca. Il suo è un approccio filologico al canto. La sua voce intensa tocca le corde del cuore e dell’anima. Ha cantato davanti al Papa ed è appassionata ricercatrice di musica e canti del passato da far rivivere con forza nel presente.

Il suo timbro di mezzosoprano è caratterizzato da una propensione per le sonorità ambrate, ideali per la musica antica e sacra.

Qual è la più importante differenza tra un soprano e un mezzosoprano?

All’interno della classe vocale femminile la distinzione tra la voce del soprano e quella del mezzosoprano è giustificata da una variabilità continua nell’estensione e nel timbro. Il mezzosoprano gode di un’estensione intermedia fra quella del contralto e del soprano. Se vogliamo considerarlo come registro autonomo, con un proprio repertorio specifico e una precisa identità timbrica, si è consolidato principalmente a partire dal XIX secolo, quando le alte tessiture del melodramma romantico depauperarono la chiave di contralto richiedendo voci più scattanti e meno profonde. Il mezzosoprano si configurò soprattutto come antagonista del soprano, si pensi ad esempio al ruolo di Amneris dell’Aida. La grande varietà d’estensione e di nuance timbriche di questa vocalità ne fecero anche una protagonista nell’opera romantica e non si può non citare il ruolo sensuale e altero di Carmen.

La sua voce canta epoche diverse. Come riesce a passare dalla musica sacra all’opera lirica senza perdere l’identità timbrica?

Ho sempre creduto che il timbro vocale debba essere messo al servizio degli stili musicali e interpretativi. Sebbene il timbro sia la “carta d’identità” sonora ed esprima l’unicità di quella persona — definita da caratteristiche anatomiche come corde vocali e cavità di risonanza — la tecnica vocale permette di modellarlo per adattarsi a diversi generi. L’approccio multidisciplinare con il quale amo accostarmi allo studio di una nuova partitura mi offre una chiave di lettura sempre nuova e multisfaccettata della creazione artistica. Considero l’opera musicale non come un oggetto isolato, ma come un fenomeno complesso all’incrocio tra processi cognitivi, contesti sociali, materiali fisici e risonanze emotive. Sta alla profondità di lettura dell’interprete la capacità di fare emergere le peculiarità del brano, avendo come supporto una tecnica vocale solida che permetta di adattare il proprio timbro naturale alle “vicissitudini dello stile” senza compromettere la salute della voce.

Ha cantato davanti al Santo Padre. Cosa è cambiato dentro di lei?

Mentre lodavo Dio alla presenza del “Vicario di Cristo” ho sentito che si compiva nella mia vita quanto San Paolo scrive nella Lettera agli Efesini, definendo la Chiesa come il corpo vivente di Cristo, di cui Lui è il capo. Cantavo il salmo sentendomi parte di questo Corpo Mistico nel quale la diversità dei carismi dei battezzati in un solo Spirito, diviene strumento essenziale per rendere gloria al Padre. Sono grata a Dio per avermi concesso di vedere quel giorno.

C’è un consiglio ricevuto nella sua professione che è diventato poi fondamentale nella vita e nella carriera?

Ero ad una masterclass di alto perfezionamento vocale di canto lirico tenuta dal celebre mezzosoprano Teresa Berganza. Mi avvicinai per porle una domanda che esprimeva tutto il mio disagio giovanile dinanzi alle avversità che si incontrano nel mare burrascoso del lavoro artistico. Lei mi rispose con un calore materno che mai dimenticherò: «Io ti consiglio di non smettere mai di studiare». Una frase apparentemente innocua che ha stravolto la mia esistenza. Avevo compreso che nella vita saremo sempre dinanzi a un bivio: coltivare l’ignoranza che è spesso uno stato passivo che non costa alcun sacrificio, oppure alimentare questa fame di conoscenza che è un atto consapevole di ricerca e di crescita interiore.

Come gestisce la diversa acustica dei luoghi dove si esibisce?

Una sala vuota presenta una risposta sonora nettamente diversa da una sala piena di persone, principalmente perché il corpo umano, i vestiti e i capelli sono superfici morbide, irregolari e porose, che funzionano come ottimi materiali fonoassorbenti. Quando la sala è piena, queste superfici “inghiottono” l’energia sonora anziché rifletterla. I moderni mezzi di amplificazione sonora sono di grande supporto agli artisti, poiché permettono di distribuire e ottimizzare il suono in tempo reale, soprattutto in ambienti che non sono progettati architettonicamente per la diffusione della parola e della musica. Tenuto conto di questo fenomeno, la mia esperienza personale mi permette di affermare con assoluta convinzione che gli unici luoghi che sembrano “nati per essere cantati” sono le chiese storiche. Nell’architettura sacra si crea un riverbero naturale e un’eco che amplifica le frequenze vocali, trasformando la voce in un suono avvolgente che trascende l’uditorio.

Cosa la colpisce di un testo antico per farle prendere la decisione di portarlo a nuova vita?

Deve colpirmi “la teoria degli affetti”, volendo prendere in prestito un’espressione tipicamente barocca. Cambiano le mode, muta il gusto, innoviamo l’ambiente che ci circonda, tuttavia le “passioni” nell’animo umano restano immutate. È questo che mi affascina della creazione del passato, la sua capacità di restare attuale, perché narra delle miserie e delle virtù che da sempre attraversano il passaggio terreno dell’uomo, in bilico tra la vita e la morte, assetato da sempre di un amore eterno che sia capace di sopravvivergli.

La musica contrariamente alle arti visive, come la pittura e la scultura che rivendicano un loro spazio e gridano la loro presenza, se resta negli archivi si trasforma in carta morta. Quando restituisco dignità artistica ad un’opera musicale dimenticata, sento di aver ridato voce ad un passato storico che mi aiuta a guardare con maggiore consapevolezza il mio presente, perché l’albero si nutre e resta in vita attraverso la sua radice.

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