La sicurezza sul lavoro non è un’emergenza, è “un fantasma”. In occasione della Giornata mondiale, che ieri continuava a custodire la promozione della cultura della prevenzione, inquieta viaggiare nei suoi numeri italiani.
Sicurezza sul lavoro? Un “fantasma”
Sette cantieri su dieci sono irregolari, gli ispettori sono un miraggio statistico e il “risparmio” sulla vita dei lavoratori costa al Paese 63 miliardi di euro l’anno. Una strage che non è solo di lavoratori ma di coerenza.
Il fallimento, finora, è strutturale. I dati reali raccontano una storia fatta di controlli che non arrivano mai, oppure ogni vent’anni, e di risparmi aziendali che ricadono interamente sulle spalle dello Stato e delle famiglie.
Non è solo la “conta dei morti” a dover spaventare, ma la radiografia di un sistema produttivo che ha integrato il rischio come variabile di profitto.
Sette cantieri su dieci sono irregolari
Nella roulette russa dei cantieri, il 71,8% è irregolare. Il dato più eclatante arriva dall’ultimo report consolidato dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Nel 2025, il tasso di irregolarità nel settore edile ha toccato questa vetta. Significa che entrare in un cantiere italiano e trovarlo a norma è diventata l’eccezione, non la regola.
Su dieci impalcature, sette nascondono violazioni che vanno dalla mancanza di protezioni contro le cadute dall’alto — prima causa di morte — all’assenza totale del Documento di Valutazione dei Rischi.
Questa “anarchia dei ponteggi” è alimentata dal mostro dei subappalti a cascata. Ogni passaggio di contratto erode i margini di guadagno, e la prima voce a essere sacrificata è sempre la sicurezza.
I dati Inail di inizio 2026 confermano la tendenza
E nel solo settore delle costruzioni, le denunce di infortunio sono aumentate, in netta controtendenza rispetto a un calo fisiologico in altri comparti industriali.
Il costo del “non fare” scrive la cifra di 63 miliardi di euro. Una somma che sta tutta sul groppone del Paese. Spesso si sente dire che “la sicurezza costa troppo”. È il più grande falso storico dell’economia italiana.
Secondo le stime Inail e le analisi aggiornate al 2025, il costo sociale degli infortuni e delle malattie professionali in Italia ammonta a circa 63 miliardi di euro l’anno. Una cifra mostruosa che equivale al 3% del Pil.
Cosa c’è dentro questo numero? Non solo le spese sanitarie immediate, ma le pensioni di invalidità, la perdita di produttività per le aziende. I costi legali e, soprattutto, l’impatto devastante sul welfare familiare.
Ogni euro che un’azienda “risparmia” non acquistando dispositivi di protezione o saltando la formazione, costa allo Stato italiano tre volte tanto. È un debito occulto che stiamo pagando tutti, una tassa sulla vita che non compare nei bilanci aziendali ma affossa i conti pubblici.
Il blackout dei controlli
Una visita ogni 20 anni. Se le regole ci sono, perché non vengono rispettate? La risposta è nella demografia della vigilanza. Nonostante gli annunci di “maxi-assunzioni” legati al Pnrr, la carenza di personale è cronica. Nello scorso mese di marzo, i sindacati hanno denunciato che il numero di ispettori è crollato sotto la soglia critica. In quattro anni le ispezioni sono scese da oltre 10.000 a appena 8.311 annue.
Per un imprenditore italiano, la probabilità statistica di ricevere una visita ispettiva è di una volta ogni 15-20 anni. In queste condizioni, l’illegalità diventa un rischio calcolato. Molte imprese preferiscono pagare una sanzione amministrativa — spesso ridicola rispetto al risparmio ottenuto — piuttosto che investire in sicurezza strutturale. Il “blackout degli ispettori” è il vero semaforo verde per i pirati del lavoro.
Poi ci sono le “nuove epidemie”: lo stress e le malattie professionali
Mentre le cronache rincorrono gli infortuni mortali nei cantieri, nell’ombra cresce l’epidemia delle malattie professionali. I dati di febbraio parlano chiaro: le denunce di patologie legate al lavoro sono salite a quota 7.535, un aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Non si muore più solo di “incidente”, ma ci si logora lentamente. Patologie osteomuscolari, tumori professionali e disturbi psichici legati allo stress sono le nuove frontiere del rischio.
C’è poi il capitolo degli infortuni “in itinere”, ovvero nel tragitto casa-lavoro. Nel 2025 sono cresciuti del 3,2%, con picchi nel Lazio (+11,7%) e in Campania. Questo dato svela una verità amara: la precarietà e i turni spezzati costringono i lavoratori a corse disperate nel traffico, spostando il rischio dal capannone alla strada.
Per una svolta, va superata la retorica del “28 aprile”
La sicurezza sul lavoro non può essere trattata come una voce di spesa flessibile. Se il 70% dei cantieri è illegale e lo Stato perde 63 miliardi l’anno, non siamo di fronte a una mancanza di fondi, ma a una mancanza di volontà.
L’elenco dei numeri ci dice che l’Italia ha bisogno di una “cura d’urto”: raddoppiare il contingente ispettivo e introdurre sanzioni penali che non siano barattabili con un’ammenda.
Finché la vita di un operaio varrà meno di un’impalcatura a norma, la sicurezza resterà solo un hashtag per la Giornata mondiale del 28 aprile. Non ce lo possiamo più permettere.