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Sociale

Annegamenti: un Paese di “acque” senza cultura del rischio – e della prevenzione –

di Priscilla Rucco -


Ismail aveva quindici anni ad inizio maggio si è tuffato nel lago di Como a Mandello del Lario, in una zona vietata, senza che i genitori sapessero dove si trovasse. Non è riemerso più. La sua morte non è una tragica fatalità isolata: è la replica puntuale di uno schema che l’Istituto Superiore di Sanità definisce non una disgrazia inevitabile, bensì una vera e propria malattia sociale – dunque prevenibile.

Nel biennio 2024-2025 i decessi per annegamento in Italia sono stati 604, con i maschi a rappresentare oltre l’80% dei casi e circa il 23% delle vittime appartenente alla fascia d’età fino a 24 anni. La media annua – che si aggira intorno ai 300 casi – è accompagnata da 800 ospedalizzazioni e circa 60 mila salvataggi, secondo l’ultimo Rapporto 2026 dell’Osservatorio del Ministero della Salute, realizzato con il coordinamento dell’Iss.

Il sottovalutato choc termico

Tra le cause più sottovalutate c’è la temperatura rigida. Le acque dei laghi italiani in primavera possono essere fino a 10 gradi più fredde di quelle marine. Chi si tuffa di colpo dopo una prolungata esposizione al sole – con temperature esterne spesso oltre i 30 gradi – si trova immerso in acqua a 10 o persino 6 gradi. Lo sbalzo provoca in questo modo una riduzione del flusso sanguigno cerebrale, con conseguente perdita di coscienza rapida e inalazione di acqua. Il lago, inoltre, non avvisa come il mare: senza onde e senza bandiere, i fondali scoscesi e le correnti interne restano invisibili a occhio nudo, ma molto pericolose.

Annegamenti: i ragazzini stranieri sono maggiormente a rischio

Il 54% degli annegati nei laghi italiani è composto da immigrati, anche di cosiddetta “seconda generazione” – una quota che, rapportata al peso demografico degli stranieri in Italia (circa il 10% della popolazione), rivela un rischio sproporzionatamente elevato. L’89% di queste vittime, infatti, non sa nuotare. Nel nostro Paese, tra il 2017 e il 2021, si sono contati in media 41 decessi all’anno nella fascia 0-19 anni: di questi, oltre l’80% erano maschi e quasi la metà aveva meno di 15 anni.

Le zone più attenzionate

Le acque interne – laghi, fiumi, canali, torrenti – registrano tra il 2016 e il 2021 una media di 78 decessi l’anno, un dato elevato rispetto al numero di frequentatori. La Lombardia guida questa tragica classifica con 39 morti all’anno, seguita da Veneto e Piemonte. Possiamo evidenziare che, nelle aree più lontane dal mare, la sponda lacustre diventi il sostituto della spiaggia per chi non può permettersi altro. Le spiagge libere, prive di sorveglianza, registrano il doppio degli incidenti rispetto agli stabilimenti attrezzati: 37,4% contro 19,6%.

Cosa fare?

Le soluzioni sono indicate dall’Iss: segnaletica adeguata e multilingue nei punti pericolosi, campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto alle comunità straniere, sorveglianza organizzata sulle rive lacustri durante i mesi estivi. Ma soprattutto l’insegnamento del nuoto nelle scuole, con attenzione particolare alle famiglie meno abbienti. Imparare a nuotare riduce drasticamente il rischio: tra gli italiani che annegano nelle acque interne, la percentuale di non-nuotatori è il 7%. Tra gli stranieri è l’89%.

Ogni estate che passa senza prevenzione adeguata e fatta per tempo porta con sé tante altre giovani vittime.


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