Lavoro minorile: la sfida contro i numeri che crescono
Il monito di Mattarella. Tutti i dati su un fenomeno in aumento
In occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva un monito. L’impiego precoce dei bambini nel mondo del lavoro non è solo un retaggio del passato, ma una “grave violazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” che continua a colpire milioni di minori nel mondo e migliaia nel nostro Paese.
Nonostante i progressi globali…..
L’obiettivo dell’Agenda 2030 di eliminare il fenomeno globale entro il 2025 è fallito. E in Italia, allarmante il quadro che emerge dai dati più recenti. Il numero di lavoratori giovanissimi è in crescita esponenziale, alimentato da povertà educativa, lavoro sommerso e dalle zone d’ombra dell’economia digitale.
I dati Unicef delineano una realtà dai contorni netti. Tra il 2020 e il 2025, il numero di minorenni tra i 15 e i 17 anni che lavorano nel nostro Paese è più che raddoppiato, passando da 35.505 a 81.565 unità. Se si allarga lo sguardo alla fascia fino ai 19 anni, i lavoratori raggiungono la cifra di 427.072, con un incremento del 37,6% in soli tre anni.
Secondo le indagini di Save the Children, poi, il fenomeno è ancora più pervasivo: quasi un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni (il 6,8%) ha già avuto esperienze lavorative. Tra i 14-15enni, la percentuale sale vertiginosamente: uno su cinque lavora, e oltre 58mila adolescenti sono impegnati in attività considerate dannose perché svolte in orari notturni o in modo continuativo durante i mesi scolastici.
Lavoro minorile: i numeri crescono
Spesso, la motivazione è la necessità: il 43,7% degli adolescenti dichiara di lavorare per coprire le proprie spese o per contribuire direttamente al bilancio familiare. La distribuzione del lavoro minorile segue logiche diverse a seconda che si guardi ai volumi assoluti o all’incidenza sulla popolazione. La Lombardia guida la classifica per numero di occupati sotto i 19 anni con oltre 60mila unità, seguita da Veneto (39.138) ed Emilia-Romagna (34.202).
Tuttavia, analizzando l’incidenza percentuale tra i 15 e i 17 anni, il primato spetta al Trentino-Alto Adige (22,54%) e alla Valle d’Aosta (17,46%), mentre le regioni del Sud mostrano valori statisticamente più contenuti, come la Puglia (6,35%) o il Molise (6,08%). Un dato che potrebbe riflettere una maggiore quota di sommerso non rilevato dalle statistiche ufficiali Inps.
I settori predominanti restano la ristorazione (25,9%) e la vendita al dettaglio (16,2%), seguiti dall’agricoltura e dall’edilizia. Resta forte anche il divario di genere nei compensi: nel 2024, un lavoratore maschio sotto i 19 anni guadagnava in media 335 euro a settimana, contro i soli 267 euro delle coetanee.
Il monito di Mattarella
Il Capo dello Stato tocca un punto cruciale: lo sfruttamento attraverso le piattaforme digitali. Accanto alle forme tradizionali, emerge il lavoro online (5,7%), che include il fenomeno dei baby influencer e del fastidioso sharenting che pubblica sui social le foto dei minori.
Perciò, in discussione un disegno di legge per vietare l’apertura di account social ai minori di 15 anni e regolamentare i guadagni derivanti dai contenuti digitali prodotti da minorenni, congelandoli in un conto fino alla maggiore età.
“La scuola è il più efficace strumento di prevenzione”, ha ricordato il Capo dello Stato. I dati Istat confermano che l’abbandono scolastico è il principale volano del lavoro minorile: il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni possiede solo la licenza media e non è inserito in alcun percorso di formazione. Un fenomeno strettamente legato al background familiare: il rischio di abbandono è di quasi il 23% tra i figli di genitori con bassa istruzione, ma crolla all’1,2% se i genitori sono laureati. Vi si aggiunge la dispersione implicita: studenti che, pur finendo il ciclo di studi, non raggiungono le competenze minime previste. In Sardegna (15,9%) e Campania (17,6%), la quota di ragazzi che conclude le superiori con gravi lacune è allarmante, esponendoli a un elevatissimo rischio di marginalità sociale e lavorativa.
Un’occupazione senza sicurezza
Il ritorno ai ritmi lavorativi post-pandemia ha pure portato a un aumento delle denunce di infortuni, anche mortali. Nel quinquennio 2020-2024, 330.890 denunce tra i lavoratori sotto i 19 anni. Nello stesso periodo, 92 infortuni mortali entro i 19 anni, 18 dei quali nella fascia 15-17 anni. Numeri di un’insufficienza delle attuali misure di sicurezza. Perciò l’Unicef propone l’adozione di un Documento di Valutazione del Rischio specifico per il lavoro minorile. Così integrandovi anche una valutazione psico-sociale del minore nel contesto lavorativo, finora non prevista.
Quella in corso, insomma, è una sfida continua. Il ministro Valditara rivendica il recupero di mezzo milione di studenti tra il 2023 e il 2025 come un colpo inferto allo sfruttamento. E l’Unicef ricorda il diritto a crescere liberi dallo sfruttamento. Sancito dalla Convenzione Onu, resta un principio non negoziabile su cui l’Italia ha ancora molta strada da fare.
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