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Lavoro

Lavoro minorile: la sfida contro i numeri che crescono

Il monito di Mattarella. Tutti i dati su un fenomeno in aumento

di Giorgio Brescia -


In occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva un monito. L’impiego precoce dei bambini nel mondo del lavoro non è solo un retaggio del passato, ma una “grave violazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” che continua a colpire milioni di minori nel mondo e migliaia nel nostro Paese.

Nonostante i progressi globali…..

L’obiettivo dell’Agenda 2030 di eliminare il fenomeno globale entro il 2025 è fallito. E in Italia, allarmante il quadro che emerge dai dati più recenti. Il numero di lavoratori giovanissimi è in crescita esponenziale, alimentato da povertà educativa, lavoro sommerso e dalle zone d’ombra dell’economia digitale.

I dati Unicef delineano una realtà dai contorni netti. Tra il 2020 e il 2025, il numero di minorenni tra i 15 e i 17 anni che lavorano nel nostro Paese è più che raddoppiato, passando da 35.505 a 81.565 unità. Se si allarga lo sguardo alla fascia fino ai 19 anni, i lavoratori raggiungono la cifra di 427.072, con un incremento del 37,6% in soli tre anni.

Secondo le indagini di Save the Children, poi, il fenomeno è ancora più pervasivo: quasi un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni (il 6,8%) ha già avuto esperienze lavorative. Tra i 14-15enni, la percentuale sale vertiginosamente: uno su cinque lavora, e oltre 58mila adolescenti sono impegnati in attività considerate dannose perché svolte in orari notturni o in modo continuativo durante i mesi scolastici.

Lavoro minorile: i numeri crescono

Spesso, la motivazione è la necessità: il 43,7% degli adolescenti dichiara di lavorare per coprire le proprie spese o per contribuire direttamente al bilancio familiare. La distribuzione del lavoro minorile segue logiche diverse a seconda che si guardi ai volumi assoluti o all’incidenza sulla popolazione. La Lombardia guida la classifica per numero di occupati sotto i 19 anni con oltre 60mila unità, seguita da Veneto (39.138) ed Emilia-Romagna (34.202).

Tuttavia, analizzando l’incidenza percentuale tra i 15 e i 17 anni, il primato spetta al Trentino-Alto Adige (22,54%) e alla Valle d’Aosta (17,46%), mentre le regioni del Sud mostrano valori statisticamente più contenuti, come la Puglia (6,35%) o il Molise (6,08%). Un dato che potrebbe riflettere una maggiore quota di sommerso non rilevato dalle statistiche ufficiali Inps.

I settori predominanti restano la ristorazione (25,9%) e la vendita al dettaglio (16,2%), seguiti dall’agricoltura e dall’edilizia. Resta forte anche il divario di genere nei compensi: nel 2024, un lavoratore maschio sotto i 19 anni guadagnava in media 335 euro a settimana, contro i soli 267 euro delle coetanee.

Il monito di Mattarella

Il Capo dello Stato tocca un punto cruciale: lo sfruttamento attraverso le piattaforme digitali. Accanto alle forme tradizionali, emerge il lavoro online (5,7%), che include il fenomeno dei baby influencer e del fastidioso sharenting che pubblica sui social le foto dei minori.

Perciò, in discussione un disegno di legge per vietare l’apertura di account social ai minori di 15 anni e regolamentare i guadagni derivanti dai contenuti digitali prodotti da minorenni, congelandoli in un conto fino alla maggiore età.

“La scuola è il più efficace strumento di prevenzione”, ha ricordato il Capo dello Stato. I dati Istat confermano che l’abbandono scolastico è il principale volano del lavoro minorile: il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni possiede solo la licenza media e non è inserito in alcun percorso di formazione. Un fenomeno strettamente legato al background familiare: il rischio di abbandono è di quasi il 23% tra i figli di genitori con bassa istruzione, ma crolla all’1,2% se i genitori sono laureati. Vi si aggiunge la dispersione implicita: studenti che, pur finendo il ciclo di studi, non raggiungono le competenze minime previste. In Sardegna (15,9%) e Campania (17,6%), la quota di ragazzi che conclude le superiori con gravi lacune è allarmante, esponendoli a un elevatissimo rischio di marginalità sociale e lavorativa.

Un’occupazione senza sicurezza

Il ritorno ai ritmi lavorativi post-pandemia ha pure portato a un aumento delle denunce di infortuni, anche mortali. Nel quinquennio 2020-2024, 330.890 denunce tra i lavoratori sotto i 19 anni. Nello stesso periodo, 92 infortuni mortali entro i 19 anni, 18 dei quali nella fascia 15-17 anni. Numeri di un’insufficienza delle attuali misure di sicurezza. Perciò l’Unicef propone l’adozione di un Documento di Valutazione del Rischio specifico per il lavoro minorile. Così integrandovi anche una valutazione psico-sociale del minore nel contesto lavorativo, finora non prevista.

Quella in corso, insomma, è una sfida continua. Il ministro Valditara rivendica il recupero di mezzo milione di studenti tra il 2023 e il 2025 come un colpo inferto allo sfruttamento. E l’Unicef ricorda il diritto a crescere liberi dallo sfruttamento. Sancito dalla Convenzione Onu, resta un principio non negoziabile su cui l’Italia ha ancora molta strada da fare.


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