Meta dovrà pagare i diritti d’autore agli editori, fermi tutti: la Ue ha battuto un colpo. Finalmente. Non è, per niente, una questione banale. Né solo, come pure sembrerebbe a tutta prima, una vicenda di soldi. È, piuttosto, un caso delicatissimo da cui dipende il destino delle democrazie. Già, perché il fatto che la Corte Ue abbia riconosciuto che Meta deve sganciare le cifre dovute agli editori per l’utilizzo degli articoli online è qualcosa di importanza fondamentale. Sia in punta di diritto, sia in termini di architettura costituzionale del Vecchio Continente. Ma andiamo con ordine.
Ieri mattina, la Corte Ue ha ribadito che gli editori, nel caso di specie quelli italiani che avevano portato il caso di fronte alla magistratura comunitaria dopo il ricorso Meta al Tar del Lazio contro Agcom, hanno il diritto di essere adeguatamente ricompensati in virtù del diritto d’autore. Il copyright, hanno stabilito i giudici comunitari, è un diritto “forte” e non può essere considerato, come vorrebbe Zuckerberg, una graziosa concessione da parte di Big Tech a chi, ogni giorno, produce contenuti, informazione e notizie. Si basa, secondo i giudici, su un assunto giuridicamente rilevantissimo. Gli editori possono decidere se concedere alle piattaforme digitali il diritto (esclusivo) all’utilizzo dei loro articoli. Senza il consenso, salvo alcuni casi specifici previsti dalla direttiva Ue sul copyright, non ci si può limitare che a poche righe in estratto. Altro che “spazio” a disposizione e interesse degli editori a inseguire l’algoritmo. Semmai, in un certo senso, è tutto il contrario. Dunque, i giornali hanno diritto a un “equo compenso” e a non essere rapinati dei loro contenuti. Così come aveva già stabilito l’Agcom in una sua direttiva che era stata impugnata da Meta.
Il tema del pluralismo
Il secondo, e ancora più importante, argomento decisivo riguarda il pluralismo. Più voci, più libertà. Non può essere un algoritmo a decidere cosa i cittadini debbano leggere e dove possano informarsi né su cosa. Una impostazione del genere impatta, direttamente, coi diritti che sono alla base di una democrazia. La libertà di stampa, quella di opinione e di pensiero. Roba, la stessa, che fin troppo spesso si dà tanto per assodata da dimenticarsene. I giudici Ue non lo hanno fatto e, anzi, hanno fissato la necessità di ristabilire, nei parametri della decisione, la natura peculiare delle imprese che operano sul mercato editoriale. Che, per sua stessa natura, è delicatissimo, perché il buon funzionamento e l’equità derivano soprattutto dal rispetto dei diritti di libertà e del pluralismo. E il diritto alla proprietà intellettuale, nel caso dei giornali, non è soltanto una vicenda economica ma democratica e valoriale. Quale sarà, adesso, la risposta alla decisione Ue di Meta? E, più in generale, quella di Big Tech?
Un oligopolio nel far west digitale
Non c’è da escludere nessun tipo di reazione. Già in passato le major digitali avevano limitato l’accessibilità alle notizie e ai contenuti editoriali. Una toppa peggiore del buco. Il fatto è che la Silicon Valley ha goduto, per decenni, di una sorta di impunità de facto. Che ha garantito loro non solo di crescere e di imporsi, creando (quasi) dal nulla un nuovo mercato. Ma di dominarlo, in un regime che definire oligopolio forse è ancora poco. In pratica hanno finito per spartirsi un mercato pubblicitario ricchissimo riconoscendo agli editori e a chi fa informazione poco più che le briciole di un business così importante da consentire loro bilanci a decine e decine di zeri. Ma mica basta, no. Perché l’abitudine diventa una seconda natura. E così abbiamo assistito, e stiamo tuttora assistendo, al saccheggio sistematico di opere di ogni genere per “addestrare” i modelli di linguaggio delle intelligenze artificiali. Come se fosse un atto dovuto, una cosa normale. Un atteggiamento piratesco che fa venire in mente l’epoca in cui si scaricava di tutto senza pagare royalties. E, anzi, rilanciando una strana idea di diritto d’autore “libero” fatturando, però, tra clic e pubblicità.
La class action contro gli addestratori di Ai
Cosa che vede, ancora una volta, Meta davanti a tutti. E adesso dovrà vedersela con la class action paneuropea degli editori a cui si sono uniti pure gli svizzeri di Elsevier. Per Zuckerberg, che sperava di continuare a far soldi prendendo gratuitamente (o quasi), quanto gli serve per fatturare, si prospettano tempi duri. Perché gli Stati finalmente si sono svegliati. E si son resi conto che non si può continuare ad appaltare ai giganti della rete l’informazione e, più in generale, il dibattito pubblico. Ne va della democrazia e dell’autorevolezza stessa dei governi. La legge vale per tutti, a prescindere dai fatturati. L’Australia, che su questa frontiera è davvero pionieristica, ha già minacciato Big Tech. Senza accordi con le case editrici, finiranno a pagare una percentuale sul loro fatturato.