Tutti i numeri del report Istat: a marzo l'economia tiene ma che succede se la guerra prosegue?
È una faticaccia, ma il commercio estero dell’Italia tiene. Certo, a marzo le importazioni corrono più dell’export ma i numeri restano più che positivi per il sistema economico nazionale. L’analisi che corre, quella più ottimista, parla di un Made in Italy più forte di ogni evento avverso. Più forte della guerra, delle crisi, del carovita, più forte di Hormuz e persino dei dazi di Trump. Poi c’è il rovescio della medaglia, la realtà che costringe a tenere i piedi per terra. A marzo, infatti, il cigno nero della (nuova) crisi energetica aveva appena fatto capolino. E gli effetti, potenzialmente pesanti, di Hormuz sull’attrattività e sulla produttività italiana, forse, si vedranno solo più in là. Come, del resto, da tempo vanno ripetendo diversi analisti. E come, inoltre, gli imprenditori italiani lasciano immaginare quando chiedono che chi di dovere (leggi Unione europea) faccia davvero qualcosa per evitare di colpire, a morte, l’economia nazionale. Inoltre, come rileva Istat, c’è sempre da considerare che sui dati di marzo pesano, in maniera positiva, i numeri della cantieristica navale che, da soli, rappresenterebbero un 2,8%.
I numeri del commercio estero dell’Italia
Oggi, però, non è tempo di fasciarsi (ancora) la testa. Ci sono i dati dell’Istat che restituiscono i numeri di un’economia che non lascia nulla d’intentato per crescere. È vero, le importazioni sono salite del 4,8%. Ma è altrettanto vero il fatto che l’export sia cresciuto del 4,1 per cento, facendo sì che a marzo il saldo del commercio estero dell’Italia si confermasse in avanzo di 4,7 miliardi di euro. Tra le voci che maggiormente contribuiscono agli affari italiani all’estero ci sono l’energia e la farmaceutica. Pure la metallurgia di base è in grande spolvero, segnando un lusinghiero +38,6%. Meglio, però, i dati alla voce “coke e prodotti petroliferi raffinati”. Qui, infatti, il rialzo è pari addirittura al 55%. Un segnale importante della “fame d’energia” che coinvolge, oltre all’Italia, l’intera Europa. Che, anche per questo, non solo si conferma tra i principali partner ma, addirittura, fa segnare un interessante rialzo, in termini monetari, del 9,6% degli affari.
Top e flop
Un trend nettamente superiore a quello segnato dai Paesi extra Ue che si ferma al +5,1%. Immancabile, poi, tra i comparti che fanno meglio in termini di esportazione, la farmaceutica che aggiunge un (ulteriore) aumento del 4,6% a un trend in rialzo ormai da tantissimo tempo. Rispetto a questi numeri, quelli afferenti all’automotive si rivelano (a dir poco) contraddittori. Già, perché la vendita di auto sale del 15,8% mentre le esportazioni di mezzi di trasporto diversi tracolla dell’8,6 per cento.
Un dialogo tra pari?
Tra i partner commerciali che hanno contribuito a dare la maggiore spinta alle esportazioni italiane c’è la Svizzera. Con cui, su base annua, gli affari sono lievitati addirittura dell’84,6 per cento. Bene, anzi benissimo, gli affari tra Italia e Francia (+9,2%). Il dialogo con l’industria e i mercati tedeschi è ripreso (+8%) mentre in Spagna le cose, se possibile, vanno ancora meglio (+12,6%). Poi c’è la Cina che ha importato prodotti e beni dall’Italia facendo segnare un aumento del business sino-italiano del 23,9%. Un rialzo che compensa, in parte, il crollo che s’è registrato per cause di forza maggiore (leggi guerra) nel dialogo commerciale con i Paesi dell’area Opec. Un tracollo vero stimato in una flessione di quasi il 43%. A cui vanno aggiunti il flop negli scambi col Mercosur, giù a marzo del 12,4% insieme a quelli verso la Turchia (-18,2%).
Un punto di partenza: le nubi all’orizzonte
I numeri, chiaramente, vanno letti e analizzati. Quello che si legge nel report Istat sul commercio estero dell’Italia sembra, proprio, uno scenario di ciò che verrà da qui alle prossime settimane. I punti di forza dell’economia nazionale si confermano, a iniziare dall’energia e dalla farmaceutica. L’automotive è troppo discontinuo e ciò non può di certo lasciare sereni in una fase delicatissima come è quella attuale. Poi ci sono i punti, ancora, più dolenti. L’Europa dialoga con se stessa, e questo è un bene, ma se emergessero nuove fratture con la Cina, per le imprese italiane, trovare nuovi mercati a cui far assorbire una produzione di alto livello (e dunque sempre più costosa, considerando anche la forza monetaria dell’euro) potrebbe diventare sempre più difficile. Ciò che importa, allo stato attuale, è aver fissato un punto di partenza. Che consente alla politica di festeggiare la “resilienza” dell’economia e del Made in Italy italiano.
Quanto ci costa la guerra
Dal vicepremier Antonio Tajani, fino al ministro all’Industria Adolfo Urso, i commenti sono improntati alla serenità e alla fiducia. Ma c’è il Moloch della guerra che incombe. E che già pesa sui numeri: se la voce extra Ue è in calo, rispetto a quella “interna” all’Unione, è perché con il Golfo Persico belligerante c’è poco tempo, e spazio, per ampliare i commerci. Questo, chiaramente, per tacere dei problemi energetici che pesano, eccome, sull’attrattività del Made in Italy. Poi la vicenda americana incombe, i dazi non sono mai spariti del tutto e il pastrocchio della Casa Bianca, alla fine, lo pagheranno gli altri. Anche perché la linea americana è chiara. Ormai da tempo. Chi vuole vendere e commerciare in America, dovrà produrre negli Stati Uniti. I grandi, come Stellantis, si sono già adeguati. Se andranno via pure i piccoli sarà un guaio.