Marina, il confine liberale oltre la paura
Prima della destra e della sinistra, va posta una domanda. Cosa resta della cultura europea se la libertà viene separata dalla responsabilità, il mercato dalla giustizia sociale, il potere dal limite e la sicurezza dalla democrazia? Le culture liberali e popolari, cristiano-sociale e socialdemocratica condividono il presupposto della divisione dei poteri, la legge prima dell’arbitrio, la persona prima dell’apparato, la libertà non vive nella paura.
Il liberalismo dei diritti dà forma alla libertà, il mercato libera l’energia produttiva, la socialdemocrazia argina le diseguaglianze e rende effettivi i diritti di cittadini e lavoratori. La dottrina sociale cattolica, a partire dalla Rerum Novarum, ricorda che la libertà non è tale se diventa privilegio o lascia indietro i più deboli. Anche la sicurezza, funzione armata dello Stato, in una democrazia liberale non comprime le libertà, ma le rende esercitabili. In Italia quelle culture non sono importazione dottrinaria. Sono storia, sacrificio, popolo e orgoglio civile nella Resistenza, la rivoluzione politica e sociale del Novecento italiano. Libertà, giustizia sociale, pluralismo, dignità del lavoro e limite al potere divennero fondamenta della Repubblica.
Berlusconi, da Presidente del Consiglio, riconobbe quel patrimonio a Onna, celebrando il 25 aprile con il fazzoletto dell’ANPI al collo, gesto nel quale i più attenti poterono cogliere, senza forzare alcuna equivalenza politica, l’eco civile e simbolica dello “straccetto rosso” di Pasolini ne Le ceneri di Gramsci. Con gli opportuni distinguo storici, quel passaggio ricordò che la Liberazione è patrimonio della Repubblica, perché custodisce la sua radice civile e politica. Oggi le società europee sono attratte da tentazioni autoritarie e nazionalismi, che invocano protezione producendo paura, il problema non è solo elettorale. È culturale. Riguarda la tenuta delle democrazie, il limite al potere, il progresso dei diritti individuali e del lavoro dentro comunità solidali. Ma anche come interpretare la sicurezza, quale condizione ordinata delle libertà.
Questo quadro non consente di leggere Marina Berlusconi con il lessico del provincialismo italiano. Non è una candidata in attesa, né la regista di un ribaltone, né un personaggio da consegnare alla cronaca dell’intrigo. La sua presenza pubblica è politica e non partitica. Non milita, ma presidia, non comanda, ma delimita, non fonda un partito, ma ricorda a Forza Italia la sua ragione originaria. La creatura politica di Silvio Berlusconi nacque, al di là delle sue contraddizioni, dentro una prospettiva liberale, meno Stato e più società, meno ideologia e più impresa, meno giustizialismo e più garanzie, meno provincialismo e più Europa. Un’idea che rischia di ridursi a memoria elettorale in un campo conservatore europeo più attratto dall’autoritarismo che dalla libertà.
Le posizioni di Marina hanno valore politico, pur non essendo segretaria di partito. I suoi interventi, anche quando smentisce, pesano perché richiamano un confine. Forza Italia sta nel centrodestra, ma non può dissolversi in visioni sovraniste dalle tentazioni autarchiche. Sostiene un governo, ma non può smarrire il suo pensiero liberale, produttivo, europeista, garantista, né rinunciare ai diritti civili. L’Europa, dall’AfD alla Francia lepenista fino al Reform britannico, è attraversata da spinte da non liquidare con sufficienza, e non possono essere l’orizzonte.
La cultura liberale non è un repertorio di buone maniere, deve tornare pensiero del limite, della responsabilità, della libertà e dello sviluppo. Nel dibattito pubblico, il liberalismo passa anche attraverso un’idea di sicurezza che non può essere amministrazione della paura né scorciatoia securitaria, ma garanzia dei diritti individuali, collettivi e della partecipazione democratica.
Oggi sul piano istituzionale la funzione è esercitata dal Ministro dell’Interno Piantedosi, autorità nazionale di pubblica sicurezza, e, nei territori, da prefetto e questore. La Polizia di Stato, democratica e a ordinamento civile, è il presidio più esposto. Autorità di PS e poliziotti non sono corpi separati dalla società. Ma il baricentro civile della sicurezza, in tempi di sovrapposizioni confuse, può smarrirsi sotto spinte neo-militariste, specie se non si fortifica la formazione professionale dei poliziotti e non si custodisce il ruolo del Questore quale autorità tecnica nei territori. Né il Dipartimento di PS può tollerare che improprie e pericolose supplenze formative prendano il posto delle sue responsabilità. Per arginare la deriva autarchica non bastano il moralismo di élite impolverate né l’antifascismo da cerimonia, ma una cultura liberale capace di interpretare la forza pubblica dentro il limite costituzionale.
Serve rinnovamento politico, e tenere insieme libertà economica e diritti dei lavoratori, impresa e lavoro, salari e stipendi equi, proprietà e funzione sociale, ordine democratico e limite costituzionale. La destra liberale non teme i diritti e la sinistra riformista non può consegnare la sicurezza alla propaganda altrui. Il peso della presenza non militante di Marina, da leggere in chiave avanzata e non nostalgica, appare non come restaurazione dinastica, ma custodia critica di una cultura che può tornare a farsi idea e politica pubblica. I suoi interventi misurati producono più effetto delle dichiarazioni dei leader in Parlamento.
Non per manovre di palazzo, Marina segnala che esiste un campo europeo liberale, popolare e riformista nel quale libertà, lavoro, impresa e diritti possono tornare a parlarsi. In tempi di retorica urlata, questa è politica. E ricorda che la democrazia non si sostanzia vincendo le elezioni, ma impedendo che l’impoverimento della rappresentanza politica e sociale, insieme alla paura, diventi il linguaggio ordinario del potere.
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