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Cronaca

Con i Click Day i nuovi caporali sono “colletti bianchi”

Tutti i dettagli dell'inchiesta della Dda di Potenza

di Angelo Vitale -


Il caporalato in Italia cambia pelle: i nuovi caporali sono “colletti bianchi”. Non si muove più soltanto attraverso i sorveglianti di campo che reclutano la manodopera all’alba nelle piazze del Mezzogiorno, ma si serve di competenze digitali, consulenze legali e strutture societarie specchiate. A squarciare il velo su questa evoluzione, una complessa inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza guidata dal procuratore Francesco Curcio.

I nuovi caporali sono “colletti bianchi”

L’operazione, eseguita dai carabinieri per la Tutela del Lavoro, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip nei confronti di 12 persone, accusate a vario titolo di intermediazione illecita, tratta di esseri umani e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le misure restrittive delineano una piramide criminale precisa. Due le ordinanze di custodia in carcere per i vertici del network, cinque gli arresti domiciliari destinati a imprenditori e professionisti, cinque gli obblighi o divieti di dimora per le figure di supporto logistico.

La geografia del blitz spazia dalla Basilicata al Nord Italia. L’indagine – i primi accertamenti nell’agosto del 2023 in seguito a un controllo ispettivo mirato nel comune di Grumento Nova – ha svelato come la Basilicata sia diventata il fulcro di nuove e sofisticate strategie criminali transnazionali.

Le ramificazioni dell’organizzazione non si limitavano al territorio lucano. Il blitz e le perquisizioni hanno interessato una vasta area geografica che unisce il Sud e il Nord del Paese toccando le province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco.

I braccianti sfruttati venivano infatti smistati e trasferiti da una regione all’altra. Ciò, a seconda della stagionalità delle colture agricole e delle esigenze di manodopera delle aziende coinvolte. Una vera e propria filiera logistica dello sfruttamento.

Il meccanismo della “schiavitù moderna”: l’inganno dei Click Day

Il cuore dell’inchiesta, nello squarcio sul sistematico aggiramento delle norme dello Stato, in particolare dei canali d’ingresso regolare legati al Decreto Flussi. Il procuratore Francesco Curcio ha descritto il fenomeno nei termini di una vera e propria “schiavitù moderna” basata su falsi sbarchi e contratti fittizi.

L’ organizzazione criminale, composta da cittadini italiani e indiani, sfruttava le finestre informatiche dei Click Day. Figure professionali insospettabili – consulenti del lavoro, intermediari finanziari e titolari di aziende agricole compiacenti – gestivano l’invio telematico delle istanze d’ingresso.

I colletti bianchi inserivano i dati di imprese agricole che non avevano alcuna reale capacità economica o intenzione di assumere i lavoratori richiesti. E simulavano un fabbisogno occupazionale inesistente al solo scopo di ottenere i visti elettronici.

Il tariffario per arrivare in Italia

Il tariffario del ricatto arrivava fino a 15mila euro per un finto visto. I flussi migratori illegali intercettati riguardano centinaia di cittadini extracomunitari, principalmente di nazionalità indiana e pakistana. Per ottenere l’inserimento formale nelle quote d’ingresso in Italia, i migranti venivano indotti a pagare nei Paesi d’origine cifre esorbitanti.

Una volta atterrati negli aeroporti italiani, l’illusione di un lavoro dignitoso svaniva immediatamente. Gli esponenti del network criminale applicavano un rigido “codice del silenzio”. I passaporti venivano sottratti sul momento e i lavoratori venivano minacciati di rimpatrio forzato o di violenze fisiche qualora avessero tentato di denunciare la propria situazione alle forze dell’ordine.

Turni massacranti, paghe da miseria

Le condizioni di vita e di lavoro accertate dai carabinieri per la Tutela del Lavoro ricalcano i tratti della segregazione. I braccianti venivano alloggiati in dormitori fantasma, identificati in vecchi casolari abbandonati e fatiscenti, privi di riscaldamento, acqua corrente e dei requisiti igienico-sanitari minimi. Nei campi, i turni di lavoro arrivavano a toccare le 14 ore giornaliere, a fronte di paghe miserevoli stimate spesso nell’ordine di 2 o 3 euro l’ora, nettamente inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali.

A fronte di un volume d’affari illecito complessivo valutato in milioni di euro – alimentato sia dalle tariffe d’ingresso pagate in Asia sia dal risparmio sul costo del lavoro – l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo di conti correnti, beni immobili e quote societarie riconducibili alle aziende agricole e agli intermediari coinvolti nel meccanismo fraudolento.

L’inchiesta di Potenza dimostra come il contrasto al caporalato richieda oggi un’analisi profonda dei flussi finanziari e telematici. Il controllo del territorio nei campi resta fondamentale, la vera partita investigativa si gioca sui terminali dei professionisti che firmano i contratti.


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