Colpire il portafogli dei gruppi per limitare i cambi di casacca
Il trasformismo parlamentare, noto anche come cambio di casacca, è una delle costanti più controverse della politica italiana. E’ qualcosa con cui storicamente i partiti hanno sempre dovuto fare i conti. Anche perché cambiare gruppo nel corso della legislatura non è vietato. Anzi, trova una tutela precisa nell’articolo 67 della Costituzione, secondo cui “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Un principio sacrosanto, pensato dai padri costituenti per garantire libertà di coscienza ai parlamentari ed evitare che deputati e senatori fossero semplici esecutori degli ordini di partito. Ma ciò che la Costituzione tutela come garanzia democratica, negli anni si è trasformato spesso in una pratica di pura convenienza politica. I cambi di casacca sono diventati una prassi strutturale.
Una prassi consolidata
Deputati e senatori che passano da un gruppo all’altro, che lasciano il partito con cui sono stati eletti per approdare verso lidi più convenienti. In molti casi non c’è alcuna evoluzione politica o ideologica a giustificare il cambio. Banalmente prevalgono logiche di sopravvivenza nelle stanze del potere. Ma anche la ricerca di visibilità e, soprattutto, il tentativo di garantirsi una ricandidatura. Ed è proprio questo l’aspetto più critico del fenomeno. In un sistema elettorale fondato su liste bloccate e senza preferenze, il destino politico di un parlamentare dipende interamente dalle segreterie di partito. In questo contesto il cambio di gruppo finisce spesso per essere uno strumento utile a ottenere una collocazione favorevole nelle future candidature. Chi teme di non essere ricandidato dal proprio partito spesso sceglie di giocarsi la rielezione altrove.
Il tentativo della Camera
Un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni tali da spingere la Camera dei deputati a intervenire almeno sul piano economico. La recente modifica del regolamento introduce infatti una misura pensata per scoraggiare il trasformismo: il finanziamento destinato ai gruppi parlamentari per ogni deputato è stato dimezzato per quelli che cambiano casacca. La ratio della norma è evidente: rendere meno conveniente l’accoglienza di nuovi parlamentari. Ridurre le risorse significa colpire indirettamente anche i partiti che favoriscono questi spostamenti. Il tentativo è dunque quello di disincentivare i passaggi che a monte nulla hanno di politico scoraggiando i gruppi dal fare campagna acquisti.
Colpire il portafogli dei gruppi per limitare i cambi di casacca
Naturalmente il provvedimento non elimina il fenomeno e nemmeno potrebbe farlo senza entrare in collisione con il dettato costituzionale. Nessuno può obbligare un parlamentare a restare nel gruppo con cui è stato eletto né tantomeno costringerlo alle dimissioni in caso di dissenso politico. Ma un conto è la libertà di coscienza, altro è l’utilizzo sistematico del Parlamento come terreno di manovre opportunistiche. La modifica regolamentare rappresenta dunque un segnale politico con cui la Camera prova a porre un argine a una pratica che svilisce il senso stesso di rappresentanza. Perché se il trasformismo può avere talvolta motivazioni politiche legittime, troppo spesso appare invece come il prodotto di un sistema che premia la fedeltà ai vertici più che il consenso reale degli elettori.
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