Il contagio della tifoseria ideologica
Tra Roggero e Fakir l’Italia volta le spalle al raziocinio.
C’è un denominatore comune tra reazioni scomposte attorno a vicende diverse come il caso del gioielliere Mario Roggero e la drammatica morte di Abderrahim Fakir. In entrambi i casi, il dibattito pubblico ha abdicato all’analisi del merito, per scivolare rovinosamente nel terreno scivoloso della tifoseria ideologica. Da una parte e dall’altra dello spettro politico, assistiamo alla sistematica ricerca del colpevole perfetto o dell’eroe senza macchia, calpestando quel raziocinio che dovrebbe invece guidare la serenità del giudizio e preservare l’autorevolezza delle istituzioni.
Il nodo della grazia a Roggero
Prendiamo il nodo politico e giuridico legato alla vicenda di Roggero. Se la grazia debba essergli concessa o meno è questione che non può e non deve essere liquidata a colpi di slogan. Richiede un’istruttoria rigorosa, l’esame approfondito delle condizioni personali e il rispetto scrupoloso dei passaggi istituzionali.
Poi il punto politico dirimente è un altro. Ossia impedire per via legislativa che chi commette un reato grave possa pretendere e ottenere un risarcimento economico da chi, pur eccedendo nella reazione, ne è rimasto vittima.
Allo stesso tempo, tuttavia, occorre sgombrare il campo da letture giuridiche sballate e strumentali. Non si può pretendere che l’istituto della grazia venga impiegato per nullificare l’efficacia di una sentenza definitiva della Corte di Cassazione.
Il Presidente della Repubblica, è il supremo garante della Costituzione. Il Capo dello Stato può eventualmente intervenire valutando lo stato psicologico e la disperazione in cui ha agito una persona pur eccedendo nei limiti della difesa, per trovare l’eventuale spazio per un atto di clemenza; ma la grazia non può mai essere scambiata per uno strumento di delegittimazione dei giudici o per uno scontro tra poteri dello Stato. Su Roggero, la tifoseria fa solo danni.
La morte di Fakir e la gogna contro gli agenti
Un cortocircuito analogo, se possibile ancora più pericoloso per la coesione sociale, si sta consumando intorno alla morte di Abderrahim Fakir.
La perdita di una vita umana esige sempre e comunque il massimo rispetto, e la magistratura ha il pieno dovere di fare luce fino in fondo, verificando ogni singolo istante di quella drammatica colluttazione e accertando se siano state scrupolosamente seguite le procedure. Ma il dolore legittimo della famiglia e la doverosa ricerca della verità non possono giustificare la gogna mediatica e la demonizzazione preventiva degli agenti di polizia intervenuti.
Quei poliziotti non si sono trovati in strada per un capriccio o per un delirio autoritario. Erano arrivati in risposta ad una chiamata d’emergenza dai residenti del quartiere per fronteggiare un soggetto in evidente stato di alterazione, aggressivo e pericoloso per l’incolumità altrui.
Lo scudo penale non è immunità
Pretendere di giudicare l’operato di chi indossa una divisa partendo dal presupposto ideologico che la forza pubblica agisca sempre con dolo o con la volontà deliberata di fare del male è un abominio logico prima ancora che giuridico. L’esercizio quotidiano della sicurezza e del controllo del territorio implica inevitabilmente dei margini di rischio altissimi. Con lo scudo penale, non si sta certo blindando l’impunità o concedendo una patente di illegalità agli agenti . Si sta semplicemente garantendo la copertura giuridica necessaria affinché chi difende la collettività nell’adempimento di un dovere non venga paralizzato dal terrore di finire sotto inchiesta per ogni atto dovuto.
Sia chiaro lo scudo non è immunità arbitraria, così come l’intervento delle forze dell’ordine non è mai licenza di fare tutto quello che si vuole. Ma per accertare la verità serve dare tempo alla magistratura di lavorare con metodo e serenità. Senza subire costantemente la pressione mediatica di un’opinione pubblica divisa tra le beatificazioni sommarie e le scomuniche ideologiche.
È tempo che la politica e l’opinione pubblica escano dalla logica perversa del tifoso da stadio. La sicurezza dei cittadini, la tutela dei diritti inviolabili dell’individuo e il rispetto rigoroso dello Stato di diritto non si difendono con il tifo da curva, ma ristabilendo il primato della competenza, della misura e del rigoroso accertamento dei fatti. Solo così le tragedie non diventeranno mere armi di scontro elettorale, e le istituzioni potranno continuare a svolgere il loro insostituibile ruolo di garanzia per tutti.
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