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Bambini bendati e scalzi “come i migranti”. Cosa è davvero successo tra Marostica e Trieste

La gita scolastica a Trieste si trasforma in un caso nazionale. Alunni di quinta elementare fatti camminare scalzi e bendati per simulare la rotta balcanica

di Marzio Amoroso -


Un esercizio di immedesimazione, pensato come percorso di educazione civica sulla rotta balcanica, è diventato in poche ore un caso nazionale. Protagonisti sono gli alunni di due quinte elementari di un istituto di Marostica, in provincia di Vicenza, coinvolti in un progetto che li ha portati prima in classe a vivere una simulazione sensoriale, poi a Trieste a contatto diretto con i migranti. Il video in cui alcuni bambini raccontano l’esperienza ha acceso la miccia della polemica politica.

La simulazione in classe: bendati, scalzi e al buio

Nel cuore del progetto, le insegnanti hanno proposto ai bambini un percorso a ostacoli da svolgere scalzi, bendati e in parte bagnati, in un ambiente oscurato. L’obiettivo dichiarato era far comprendere, in modo controllato e guidato, le difficoltà fisiche e psicologiche affrontate da chi percorre la rotta balcanica di notte, nel freddo, cercando di non farsi vedere. L’attività rientrava in un più ampio lavoro di educazione civica su diritti umani, migrazioni e confini, programmato durante l’anno scolastico.

Il viaggio a Trieste e l’incontro con i migranti

Il percorso non si è fermato alle mura scolastiche. Le classi sono state accompagnate a Trieste, città simbolo dell’arrivo lungo la rotta balcanica. Qui i bambini hanno osservato da vicino la realtà dei migranti in transito e hanno partecipato alla distribuzione di generi di conforto, come cibo e calzini, insieme a volontari impegnati quotidianamente in piazza e nelle zone di arrivo. Secondo la scuola, tutte le attività erano state comunicate e autorizzate dalle famiglie.

Il video virale e l’esplosione della polemica

La situazione è degenerata quando un video, in cui alcuni alunni descrivevano la simulazione e il viaggio, è stato diffuso sui social. In poche ore sono arrivate accuse durissime, si è parlato di lavaggio del cervello, di uso ideologico dei minori, di una messa in scena che avrebbe spinto i bambini a immedesimarsi in chi “scappa dalla polizia”. Il caso è stato immediatamente rilanciato da esponenti politici nazionali, trasformandosi in terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.

Le reazioni della politica e l’intervento del Ministero

Di fronte al clamore, sono state annunciate interrogazioni parlamentari e richieste di chiarimento al Ministero dell’Istruzione. Il dicastero ha disposto verifiche sul progetto, per accertare modalità, contenuti e rispetto delle linee guida scolastiche. Nel frattempo, il dibattito pubblico si è polarizzato, da un lato chi denuncia un eccesso emotivo e un coinvolgimento troppo forte di bambini di dieci anni, dall’altro chi difende il valore educativo dell’empatia e del contatto diretto con la realtà.

Il nodo educativo tra empatia e limite

Al centro della discussione resta una domanda cruciale, fino a che punto è lecito spingersi, a scuola, per far comprendere ai più piccoli drammi complessi come le migrazioni? I sostenitori del progetto parlano di un’esperienza guidata, protetta e consapevole, capace di lasciare nei ragazzi un segno di responsabilità e solidarietà. I critici temono invece che il confine tra educazione civica e trauma emotivo sia stato superato. Il caso di Marostica e Trieste al di là delle bandiere politiche, apre una riflessione profonda su come raccontiamo il mondo ai bambini e su quali strumenti scegliamo per farlo.


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