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Economia

La produzione industriale cresce ma solo in valore: ecco perché

La ricerca Federmeccanica-Confindustria sull'ex Ilva: gli italiani non vogliono che finisca in mani straniere

di Pietro Pertosa -


Sorpresa: i dati sulla produzione industriale a marzo riferiscono che il valore è aumentato del 2%. È una buona notizia ma va inquadrata, mettendola in connessione con i numeri che riguardano i termini reali dell’aumento della produzione. Che son saliti “solo” dello 0,7 per cento. Le cifre, pubblicate ieri mattina da Istat, riflettono dunque una dinamica che è già chiara. I prezzi stanno aumentando, la guerra esige un costo che sta pagando, per primo, il sistema produttivo. E, in seconda battuta, pagheranno le famiglie. Il trend emerge, in maniera lampante, nell’analisi che l’Istat dedica al commercio. Anche qui, in termini di valore, i dati sembrerebbero più che lusinghieri con un aumento, registrato a marzo, addirittura del 2,1%. Il guaio, però, è che i volumi restano praticamente stazionari.

Lo strano caso (nemmeno troppo) della produzione industriale che cresce in valore

Due indizi non fanno una prova, ma tre sì. E, difatti, le cifre dei servizi confermano l’andamento attuale dell’economia italiana. A fronte di un aumento degli affari stimato a marzo dello 0,1% in termini reali, sul fronte del valore si registra un’impennata congiunturale dell’1,3%. Non è difficile immaginare cosa stia accadendo né cosa succederà tra poco. I prezzi salgono alla produzione, alla “fonte” e si riverseranno presto a valle. Qualcuno, a Francoforte, confonderà il problema (legato all’impennata dei costi energetici) per una crisi inflazionistica di sistema e ci infliggerà la mazzata finale aumentando i tassi di interesse. Tutto (non) va bene, madama la marchesa anzi la contessa von der Leyen.

Il destino dell’ex Ilva

Intanto, in Italia, il destino dell’ex Ilva resta appeso a un filo. E ieri Federmeccanica e Confindustria Taranto hanno reso noti i dati di una ricerca sul futuro del polo siderurgico. Ebbene, dal sondaggio è emerso che l’85,7% dei cittadini ritiene necessario che la proprietà resti italiana. Un numero simile è quello dei pugliesi (che all’86,1% credono nell’italianità necessaria al futuro dell’acciaio) che stimano il rilancio produttivo come unica strada per uscire dalla crisi (77,3%). Solo l’11,8% propende per la chiusura gestita a livello nazionale. Sono ancora meno (il 9,8%) quelli che vedono favorevolmente un rilancio ma tramite player internazionali (8,9% dei pugliesi) mentre solo il 4,5% del campione vorrebbe la chiusura e la cessione a terzi stranieri.

Italianità centrale

Numeri, questi che s’accompagnano ad altri dati interessanti: il 78,5% sa che la produzione di acciaio è necessaria per la sopravvivenza dell’industria nazionale; il 70,8% ritiene che la produzione in Paesi terzi (Cina e India) aumenterebbe il grado di dipendenza dell’industria; il 77,1% teme l’impatto occupazionale (diretto e indiretto) di una eventuale chiusura e il 61,8% è al corrente che, nel caso di chiusura dello stabilimento, per la bonifica dovrebbero essere spesi miliardi di euro pubblici. Ecco, il messaggio è spedito. Ora si attende risposta da chi di dovere.


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