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Sicurezza

L’Unità processa la Polizia ma ha smarrito il popolo

di Giuseppe Tiani -


C’è una domanda che una certa sinistra giornalistica e politica dovrebbe rivolgere prima a sé stessa che alla Polizia, quando ha smesso di riconoscere il popolo anche dentro l’uniforme? Poliziotti, carabinieri, finanzieri e militari non sono un corpo estraneo alla società. Sono figli del popolo, vengono dalle periferie, dai paesi del Mezzogiorno, dalle famiglie dei lavoratori, dai ceti medi impoveriti. Sono i lavoratori della Polizia di Stato che non sono apparato, ma persone, lutti, sacrificio, famiglie che attendono.

Mercoledì scorso l’Unità ha chiesto “cosa succede alla polizia italiana?” e ha parlato di lacrimogeni, repressione, paura delle masse. Domanda legittima, se posta con onestà, monca se rimuove il contesto. Quando i poliziotti usano strumenti di contenimento, da tempo non hanno davanti le masse operaie o bracciantili del Novecento, ma delinquenti da stadio, frange dell’antagonismo violento, minoranze organizzate che cercano lo scontro con lo Stato, cosa diversa dal conflitto sociale.

Poi l’Unità dovrebbe dirci se immagina una Polizia dotata di cannoncini ad aria compressa per lanciare petali di rose contro la barbarie devastatrice, armata e violenta. Non per assolvere errori o eccessi, che vanno sempre accertati prima di condannare. E non nego che gli strumenti di contenimento mostrino il volto duro dello Stato, evocando profili repressivi. Proprio per questo il giudizio deve essere fondato, serio, non ideologico.

La democrazia non può vivere di garantismo selettivo, complessità infinita per chi aggredisce Stato e cittadini, condanna immediata per chi lo serve. Intanto le forze di polizia lavorano per impedire che una chat diventi sangue, che un coltello diventi attentato, che la propaganda jihadista trovi un braccio disponibile. Reggio Emilia e Modena raccontano la sicurezza contemporanea, ibrida, digitale, urbana, sociale, culturale. Fenomeni che si prevengono e contrastano con intelligence, uomini per la prevenzione, formazione e coordinamento investigativo.

E non con l’antifascismo di maniera, perché l’antifascismo è fondamento serio della Repubblica, non una clava da usare per fini politici contro chi indossa la divisa. Va ricordato all’Unità che la formazione dei poliziotti italiani non ha natura repressiva, ma difensiva e di contenimento. Se si contesta ogni strumento, si dica come contenere bande e gang che trasformano stazioni e periferie in territori di caccia, come ha mostrato da ultimo l’omicidio alla stazione di Milano Certosa.

Quando l’aggressore è straniero, disturbato, radicalizzato o violento, scatta spesso il riflesso attenuante, perizia psichiatrica, disagio, marginalità. Tutto può essere vero. Ma non può diventare l’alibi per non vedere l’odio ideologico dell’islamismo radicale, le reti di pressione comunitaria e i separatismi culturali che confliggono con la nostra cittadinanza. È accaduto dopo l’uccisione di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta nella Questura di Trieste.

È accaduto a San Benedetto del Tronto, dove a una poliziotta è stata staccata una falange con un morso. Quando a cadere o a essere mutilato è un poliziotto, la complessità si spiega, mentre quando la Polizia deve usare la forza resta solo l’accusa. Anche l’interrogazione della senatrice Cucchi al Ministro dell’Interno si colloca in questo clima. Il Parlamento deve controllare, ma il riflesso è sempre lo stesso, trasformare il caso in atto d’accusa contro i poliziotti. Chiedo all’Unità perché la stessa passione non sia stata spesa per restituire al Parlamento la Commissione Affari Interni, sottraendo le questioni del personale della sicurezza pubblica a letture improprie e competenze disperse. Gramsci ammoniva che nella crisi “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”.

Una parte del giornalismo e della sinistra vive lì, senza più rapporto con la realtà, lavoro, periferie, nuove povertà, fenomeni criminogeni, avendo rinunciato a irrobustire una cultura civile della sicurezza pubblica. La Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV ricorda che nessuna funzione pubblica può cancellare il volto dell’uomo. Se la persona è il limite di ogni potere, lo è anche quando veste una divisa. Cara Unità, questa custodia vale anche per poliziotti e poliziotte, anche loro sono corpo, famiglia, paura, dignità, lavoratori. E ti ricordo che la sicurezza è il primo diritto dei deboli, perché esercitata con responsabilità non comprime le libertà civili, ma ne consente la fruibilità concreta, ragione per cui la sua natura è civile e non militare.

Senza sicurezza la libertà diventa privilegio di chi vive già protetto, non della donna in periferia, dell’insegnante lasciata sola, del ferroviere o del medico aggredito, dell’immigrato integrato, del poliziotto chiamato dove scuola, welfare, sanità e politica non sono riusciti a prevenire. Questo è il punto, avete perduto il popolo perché avete dimenticato che senza sicurezza i diritti di cittadinanza diventano astratti, lo sviluppo si indebolisce e perfino la libertà d’impresa e di commercio resta fragile, garantita solo a chi può proteggersi da sé.

Anche in questo, probabilmente, ci sono le ragioni per cui il campo largo non vince. Non per formule elettorali, ma per una frattura socioculturale che nessuna ingegneria delle alleanze può colmare senza una vera visione di Paese. Una sinistra europea dovrebbe pretendere forze di polizia più formate, tutelate, autorevoli e meglio remunerate, perché indebolire la sicurezza pubblica non significa colpire il potere, ma lasciare soli i cittadini fragili. E quando il lavoratore in uniforme viene confuso con il fantasma ideologico del fascista, si smette semplicemente di essere sinistra.

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