Malagò e il calcio che deve tornare a pensare in grande
Giovanni Malago', presidente della Figc, durante il convegno "i grandi eventi sportivi: il modello Roma", 3 Luglio 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
A distanza di qualche giorno dall’elezione di Giovanni Malagò alla guida della FIGC, è possibile andare oltre la cronaca e leggere il significato di una scelta che riguarda non soltanto il calcio, ma il futuro dello sport italiano. Il risultato dell’assemblea federale è stato netto: come è noto, l’ex presidente del Coni ha ottenuto il 68,58% dei voti, superando largamente Giancarlo Abete, fermo al 29,17%. Un successo che va oltre la semplice vittoria.
Lo stesso Malagò aveva indicato nella soglia dei due terzi dei consensi il confine tra una normale affermazione e una vera e propria “investitura”. E i numeri gli hanno dato ragione. Le sue prime parole da presidente sono state altrettanto significative: “Da solo non posso fare niente, con voi posso fare tutto”. Un messaggio che richiama il gioco di squadra, valore fondamentale nello sport ma anche nella gestione di organizzazioni complesse.
Non è difficile capire perché il calcio italiano abbia scelto di affidarsi proprio a lui: Malagò è uno dei dirigenti sportivi più autorevoli del Paese negli anni alla guida del Comitato Olimpico ha accompagnato l’Italia in una stagione ricca di successi, contribuendo a rafforzare il prestigio dello sport azzurro nel mondo. Ma soprattutto è stato uno degli artefici della candidatura vincente di Milano-Cortina 2026 e ha guidato la Fondazione dei Giochi Olimpici e Paralimpici, portando a compimento un progetto che ha restituito centralità internazionale all’Italia e dimostrando capacità manageriali riconosciute ben oltre i confini nazionali.
Il suo arrivo alla FIGC coincide con uno dei momenti più delicati della storia recente del calcio italiano. Le delusioni della Nazionale, le difficoltà nel valorizzare i giovani talenti, gli impianti spesso inadeguati e la crescente distanza dalle grandi potenze europee hanno alimentato un senso di smarrimento che va oltre i risultati sportivi. Proprio per questo la sua elezione rappresenta qualcosa di più di un cambio di presidenza. È la scelta di una figura che ha dimostrato di saper costruire consenso, tenere insieme interessi diversi e lavorare con una visione di lungo periodo.
Qualità indispensabili in un settore che troppo spesso si è concentrato sulle emergenze del momento, dimenticando la programmazione. Il calcio italiano non ha bisogno soltanto di vincere qualche partita in più. Ha bisogno di ritrovare fiducia, credibilità e capacità di progettare il futuro, investire nei vivai, modernizzare gli stadi, rafforzare la sostenibilità economica e riportare la Nazionale ai livelli che le competono sono obiettivi che richiederanno tempo e lavoro.
Nessun presidente può risolvere tutto da solo. Ma la leadership conta. E la storia recente di Malagò racconta di un dirigente abituato a misurarsi con sfide complesse e a raggiungere risultati importanti. Dopo anni di delusioni, il calcio italiano aveva bisogno di una figura capace di guardare oltre l’orizzonte della prossima partita. La sua elezione racconta proprio questo: la volontà di tornare a pensare in grande e di restituire al calcio italiano l’ambizione che per troppo tempo è sembrata smarrita.
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