Nell’America di Donald Trump la stabilizzazione del potere passa dalla strategia antica di individuare un nemico, interno ed esterno, contro cui mobilitare la base. È un meccanismo che si ripete ciclicamente nella storia politica statunitense, ma che nell’era del tycoon ha assunto una forma più brutale e più disinvolta, perché nasce dall’esigenza di rassicurare un elettorato repubblicano spesso disorientato dall’imprevedibilità del suo leader. Se fuori dai confini il bersaglio è l’Iran, dentro il ruolo di spauracchio è affidato al sedicente mondo Antifa, trasformato in una sorta di minaccia comunista pronta a infiltrare la società americana.
La conferenza che divide
La convocazione, da parte del segretario di Stato Marco Rubio, di oltre sessanta Paesi a Washington per discutere della “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra” si inserisce perfettamente in questo schema. Secondo il Washington Post, l’iniziativa ha suscitato perplessità non solo tra gli alleati europei, ma anche all’interno dell’amministrazione. Funzionari statunitensi temono che la riunione sia il preludio a un uso politico degli strumenti dell’antiterrorismo. Un modo per colpire attivisti americani ritenuti vicini all’area antagonista, con l’ipotesi, discussa dal responsabile della Casa Bianca per l’antiterrorismo Sebastian Gorka, di ricorrere a designazioni di terrorismo straniero per giustificare indagini e arresti.
L’Europa non ci crede
L’Europa ha reagito con “sbigottimento”. “Non abbiamo Antifa”, ha dichiarato un diplomatico europeo, mentre altri governi hanno fatto sapere di non considerare il terrorismo di estrema sinistra una minaccia prioritaria. Le risposte inviate dalle ambasciate, tra cui quella italiana, al cablogramma del Dipartimento di Stato che chiedeva informazioni sui gruppi estremisti presenti nei rispettivi territori non avrebbero confermato la valutazione americana sulla gravità del fenomeno. Eppure, lo scorso novembre Washington ha designato come organizzazioni terroristiche straniere quattro gruppi europei, tra cui l’italiano Fronte Rivoluzionario Internazionale.
L’ascesa dei socialisti americani
La costruzione del nemico interno non è casuale. Serve a preparare il terreno per frenare l’avanzata dei Democratic Socialists of America (DSA), il movimento che negli ultimi tempi ha conquistato spazi crescenti nel Partito Democratico. L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, le vittorie alle primarie per il Congresso, la probabile affermazione di una candidata socialista a Washington, sono segnali che inquietano il mondo politico e finanziario che sostiene Trump. Il programma dei DSA, salario da 30 dollari l’ora nelle grandi città, “Medicare for All”, tassazione progressiva fino al 70% per i redditi oltre i 10 milioni e diritto alla casa garantito dallo Stato, rappresenta una sfida diretta al modello economico americano e agli interessi delle corporation.
La saldatura fantasma
La cerchia trumpiana punta a dimostrare una presunta collusione tra l’ala movimentista antifa e quella più istituzionale dei DSA, nella speranza di spaventare l’elettorato moderato e indurlo ad abbandonare i candidati socialisti. È una narrazione che unisce la retorica anticomunista degli anni della Guerra Fredda con le paure contemporanee di un’America polarizzata, dove ogni rivendicazione sociale viene facilmente dipinta come sovversiva.
Paura in vista delle midterm
Sul fondo, il nemico strategico per i neocon e per la galassia Maga resta la Cina, percepita come la vera sfida geopolitica di questo secolo. Ma nell’immediato, per ragioni di convenienza politica, l’amministrazione preferisce concentrare il fuoco su Teheran e sull’estrema sinistra americana. Con l’Iran si ricorre alle bombe, con Antifa si punta a delle “liste nere” e potenziali arresti. Due fronti diversi, un’unica logica: mostrare un Paese assediato da minacce esterne e interne, e un presidente che si erge a suo impavido difensore.
L’obiettivo è arrivare alle elezioni di midterm con un fronte repubblicano ricompattato, un elettorato spaventato e un cattivo di turno ben definito da combattere. Una tattica non nuova che, al di là della sua efficacia, rivela la fragilità politica di un Trump che ha bisogno di alimentare costantemente la percezione del pericolo per mantenere il controllo del suo stesso campo.