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Politica

Quando la democrazia vuole fare a meno del consenso

di Alessandro Scipioni -


​La politica non è un mestiere che si può sempre improvvisare, gli eletti non si possono imporre, eppure da troppo tempo il nostro sistema elettorale sembra essersi basato sul contrario. Dietro il rifiuto ostinato delle preferenze si nasconde una classe dirigente, o presunta tale, affetta da una patologia di fondo; ossia l’incapacità di accettare il semplice concetto che la rappresentanza non si può acquisire per investitura, ma una soltanto tramite la legittimazione che nasce dal consenso.

Come funzionavano le preferenze nella Prima Repubblica?

​Nella Prima Repubblica, nonostante le ombre e i difetti, il rapporto tra eletto ed elettore era un pilastro imprescindibile. Le preferenze garantivano che il Parlamento fosse specchio di un legame reale con il territorio. Poi al Senato, dove vigevano meccanismi diversi, i partiti avevano l’intelligenza di candidare figure di altissimo profilo, accademici, esponenti della società civile, intellettuali, capaci di portare un valore aggiunto concreto e di misurarsi con la sfida del collegio. Magari lì non erano sempre uomini di preferenze, però portavano un contributo importante in termini di prestigio e qualità.

Quanto è costato lo smantellamento dei partiti?

Era un’epoca in cui la politica veniva ancora intesa come un’arte, coltivata attraverso macchine di formazione che oggi abbiamo colpevolmente smantellato. I Partiti, con la P maiuscola. Perché costano. Da oltre 30 anni stiamo pagando il costo dello smantellamento.

​Oggi, chi si oppone al voto di preferenza ricorrendo allo scudo della rappresentanza di genere sfiora il ridicolo. Se l’obiettivo è garantire una presenza equilibrata, le soluzioni tecniche esistono e sono percorribili. Si prevedano norme che tutelino le quote, ma che assicurino al contempo che siano donne e uomini sostenuti dal voto popolare. Non è la parità a essere in pericolo, ma la qualità del mandato.

Le liste bloccate sono un insulto alla democrazia

​Le liste bloccate sono un insulto alla dignità democratica. Hanno trasformato le aule parlamentari in contenitori di nominati, figure che spesso patiscono una cronica debolezza politica. È emblematico osservare come molti di questi eletti per gentile concessione del gradimento del segretario di turno; poi quando si vanno a misurare con il voto amministrativo nelle città, ottengano risultati imbarazzanti, venendo talvolta esclusi anche dalle assemblee comunali. Come può un rappresentante che non possiede un consenso individuale avere l’autorevolezza necessaria per confrontarsi con amministratori locali che, invece, quel consenso lo hanno costruito sul campo, preferenza dopo preferenza?

Liste bloccate o preferenze: cosa rafforza il legame con il territorio

​Il sistema attuale indebolisce le istituzioni e svuota i partiti della loro funzione di selezione. Le preferenze rappresentano, di fatto, un congresso permanente, spingono verso l’alto la qualità, costringono al radicamento e obbligano a misurarsi con il giudizio dei cittadini. Si potrà discutere se sia meglio il collegio uninominale, che resta, per chi scrive, la soluzione preferibile per costruire un legame diretto, o il ritorno alle preferenze, ma il punto è politico. O si prevede un meccanismo che vincoli l’eletto al territorio, o la democrazia si trasforma in una mera gestione di apparato. Apparato che spesso tende ad autopreservarsi.

Le liste bloccate non sono degne di un Paese che vuole continuare a chiamarsi democrazia.

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