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Via Poma: nell’anniversario della morte della Cesaroni la scienza non trova ancora il colpevole

IL CASO RIAPERTO A 36 ANNI DALL’OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI

di Priscilla Rucco -


Simonetta Cesaroni aveva vent’anni quando fu uccisa a coltellate nell’ufficio dove lavorava, in zona Prati, il 7 agosto 1990. Ventinove ferite, nessun testimone, una scena del crimine gestita con superficialità che avrebbe compromesso per decenni la ricerca della verità. Da allora, il caso è diventato uno dei più discussi della cronaca giudiziaria italiana, capace di attraversare tre gradi di giudizio senza mai arrivare ad una condanna definitiva.

Simonetta Cesaroni: un processo senza colpevole

Per anni l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su Raniero Busco, all’epoca fidanzato della vittima. Il suo nome comparve nelle indagini solo molto tempo dopo il delitto, grazie a un confronto tra il Dna estratto dai reperti e quello dell’uomo. Il percorso processuale fu lungo e tortuoso: condanne, assoluzioni, rinvii, fino alla sentenza definitiva della Corte di cassazione, che il 26 febbraio 2014 pose fine al procedimento assolvendo Busco.

Da quel momento il fascicolo torna formalmente a carico di ignoti, e il rischio concreto era che la vicenda scivolasse via verso la strada dell’archiviazione – come già accaduto in altre fasi dell’inchiesta.

La riapertura e le nuove analisi

A cambiare il corso degli eventi è stata la decisione della giudice per le indagini preliminari Giulia Arcieri che, nel dicembre 2024, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Roma.

Il gip ha disposto una serie di nuovi accertamenti: l’analisi delle tracce biologiche mai esaminate fino in fondo, la revisione dell’intero materiale fotografico raccolto sulla scena del crimine e l’ascolto di testimoni non ancora sentiti. Una decisione che ha rimesso in moto un fascicolo che sembrava ormai destinato all’oblio.

Il passaggio più significativo è arrivato lo scorso 4 giugno, quando la procura ha disposto un accertamento tecnico irripetibile, affidato al Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri.

Al centro dell’esame, i profili genetici di sette persone mai comparse prima nell’inchiesta: cinque uomini e due donne, tra cui, secondo quanto trapelato, anche professionisti che all’epoca dei fatti gravitavano attorno agli uffici di via Poma.

I loro campioni biologici -raccolti con il consenso degli interessati – sono stati confrontati con le tracce isolate all’epoca su alcuni indumenti della vittima, in particolare corpetto, reggiseno e calzini.

Un confronto attualmente senza esito

Secondo quanto riferito da fonti vicine all’inchiesta, l’esito della comparazione sarebbe negativo: nessuno dei sette profili genetici analizzati coinciderebbe con le tracce repertate nel 1990.

Un risultato che, se confermato, non chiude la partita ma la complica ulteriormente, restringendo il campo delle ipotesi investigabili senza però offrire alcuna indicazione concreta su chi possa aver materialmente commesso l’omicidio.

Va precisato che, al momento, nessuna conferma ufficiale è giunta da parte della procura di Roma, che mantiene il riserbo tipico delle indagini ancora aperte contro ignoti. Le informazioni circolate finora provengono solo ed esclusivamente da fonti investigative e non da atti ufficialmente resi pubblici, un elemento che invita alla cautela nella lettura degli sviluppi.

Resta il fatto che, a distanza di trentasei anni, la tecnologia continua a offrire strumenti che nel 1990 non esistevano semplicemente. Ed è proprio su questo terreno che si gioca oggi la possibilità – remota ma non impossibile – di dare finalmente un nome a chi ha spezzato la vita di Simonetta Cesaroni in un ufficio romano di un caldo pomeriggio d’agosto.

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