L’illusione dell’inclusione condurrà l’Italia alla cancellazione
L’inclusione di massa, ovvero l’inclusione su larga scala, non esiste. È un terremoto per l’impianto sociale e culturale del paese. Destabilizza l’equilibrio strutturale della nazione. È qualcosa di differente.
L’inclusione può riguardare pochi limitati individui.
L’innesto di comunità con sistemi valoriali profondamente differenti, modifica inevitabilmente i costumi e l’identità collettiva.
La storia insegna chiaramente come i processi di osmosi abbiano impiantato trasformazioni permanenti nei popoli. Basti pensare ai Rus, ceppo originario dei moderni russi, entrando in contatto con Costantinopoli, finirono per abbracciarne la fede; questo inevitabilmente portò a un cambiamento di usi, di costumi che pervase tutta la loro società.
Attualmente in Italia arrivano individui in massa, provenienti da civiltà che hanno sistemi valoriali incompatibili con quelli di riferimento della nazionale italiana. Intendiamoci sono sistemi valoriali che io rispetto. Attingono a tradizioni importanti. Ed hanno culture di riferimento pregevolissime.
Ma pregevolissime non equivale a compatibili con i nostri valori portanti, con i fondamenti della nostra società.
Davanti all’attuale situazione le strade percorribili possibili sono due.
O si lascia prendere campo ad un processo di osmosi che finirà col trasformare l’Italia, oppure si sceglie la via dell’assimilazione.
Il tema del fallimento dei modelli multiculturali più decantati trova ormai palese riscontro nella realtà quotidiana e nelle riflessioni di studiosi ed esperti costituzionalisti, come nel caso delle lucide analisi di un giurista equilibrato come Ginevra Cerrina Feroni, mente brillante e libera; che da tempo denuncia la crisi oggettiva della retorica multiculturale.
Emblematico il caso della comunità turca in Germania. dove individui ormai di terza generazione, mantengono un legame preminente ed una identità connessa prevalentemente con la cultura d’origine delle famiglie. Pensiamo ai calciatori tedeschi di origine turca che dedicano le loro vittorie a Erdogan.
Ciò dimostra come il semplice inserimento territoriale o economico non equivalga affatto a un’assimilazione concreta.
Non sono diventati tedeschi nel senso assoluto del termine, ma sono rimasti legati alle proprie radici, palesando i limiti di un modello che ha spesso preferito la ghettizzazione o la tolleranza di comunità etniche parallele e autoreferenziali, sul territorio dello stato a discapito dell’effettiva coesione.
Qui il quesito è semplice; vogliamo davvero assimilare?
Se l’obiettivo è creare nuovi italiani, questo impone che chi arriva in Italia, in modo pressoché assoluto i ragazzi e prevalente gli adulti, abbandoni o subordini la propria identità culturale di provenienza in favore di quella del paese di adozione.
Le nostre radici, la nostra sensibilità, le nostre regole debbono prevalere su qualsiasi alternativa fonte di autorità.
In mancanza di una scelta che, per quanto radicale e netta assolutamente sì mostra come assolutamente necessaria ed improrogabile, avremo soltanto nuovi cittadini dotati di passaporto e del diritto di voto che si sentono legati ad altro.
Una situazione paradossale che peserà inevitabilmente sul destino e sul futuro della nazione, ingigantendo frizioni e spingendo le comunità a rinchiudersi in veri e propri ghetti protetti dalla forza dei numeri.
Un popolo di individui non è più un popolo legato da sentimenti comuni.
Se invece vogliamo che l’Italia resti l’Italia, dobbiamo riscoprire l’orgoglio dei nostri valori di riferimento e pretendere li abbracci senza alcuna remora o riserva, chi vuole entrare a far parte della comunità nazionale italiana.
Tutti gli altri possono essere solo ospiti. E conseguentemente, in questo paese, restare per gentile concessione e necessità delle nostre istituzioni.
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