Israele continua a muoversi in un limbo calcolato, rinviando decisioni cruciali mentre la situazione sul terreno precipita. L’ultimo esempio è la mancata approvazione del dispiegamento della nascente Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) a Gaza, prevista dal piano postbellico promosso da Donald Trump. Nonostante alcune indiscrezioni circolate sui media israeliani, l’Ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha smentito qualsiasi via libera. Nessuna forza internazionale entrerà nella Striscia finché Hamas non sarà “completamente disarmato”. Una condizione che, nella pratica, congela ogni processo di ricostruzione e lascia i palestinesi intrappolati in un territorio devastato, senza infrastrutture, senza sicurezza, senza futuro.
Gli ostacoli israeliani
Le immagini diffuse nei giorni scorsi di ufficiali stranieri in ricognizione nell’area di Rafah insieme a personale delle Idf, sono state interpretate come un primo passo operativo dell’Isf. In realtà, si trattava solo di una visita preliminare di ufficiali di Burundi e Uganda, Paesi che hanno manifestato disponibilità a contribuire alla forza. Il Board of Peace, che coordina il piano, continua a lavorare. Washington ha già comunicato al Congresso lo stanziamento di oltre 206 milioni di dollari. Ma tutto resta sospeso, perché Netanyahu non intende ritirare un solo soldato finché i miliziani non avranno consegnato ogni arma. Una linea che non risponde a esigenze di sicurezza, ma a un calcolo politico. Il premier non può permettersi di irritare gli alleati ultra-nazionalisti della coalizione, che rifiutano qualsiasi presenza internazionale e qualsiasi concessione ai palestinesi.
La violenza in Cisgiordania
Nel frattempo, la Cisgiordania scivola ogni giorno più nel caos. Lo sgombero di un avamposto illegale nell’Area B, vicino a Deir Istiya ha fornito un nuovo pretesto ai coloni israeliani per bloccare strade e lanciare pietre contro le forze di sicurezza. Scene che si ripetono con inquietante regolarità. La violenza dei coloni, spesso tollerata o minimizzata dalle autorità israeliane, è diventata un elemento strutturale della vita palestinese in territorio cisgiordano. Anche quando l’esercito interviene, lo fa con riluttanza, e sempre dopo che gli attacchi sono già avvenuti. È un sistema che alimenta tensioni, distrugge comunità e rende impossibile qualsiasi percorso negoziale credibile.
In questo quadro, l’Unione Europea resta un attore fantasma. Bruxelles si limita a comunicati generici privi di peso politico, incapaci di esercitare pressione reale su Israele.